— Tu non hai volontà? — dimandò miss Daisy, guardandola negli occhi — tu non vorresti alcuno, tu, una persona di tuo gusto, di cui fossi innamorata, o una persona per cui tu avessi una irresistibile simpatia?
— Io? — disse donna Clara.
— Tu, tu. Noi altre ragazze abbiamo un tipo ideale, abbiamo una figura in cui vivono tutti i nostri sogni. Anche tu devi averla.
Donna Clara si era fatta pensosa: e una lieve ombra di malinconia le si era diffusa sulla faccia: la bella bocca, rossa come un melograno, aveva una piega infantile di dolore.
— Un sogno... un sogno... — mormorò lei — chi racconta i suoi sogni?
— I sogni sono la vita — pronunziò gravemente e dolcemente miss Daisy.
— Sogno anche io; — disse la fanciulla bruna — ma temo di mettere un nome ai miei sogni; temo che essi siano troppo belli e troppo indimenticabili, e mi rendano profondamente infelice.
Un gran pallore terreo le si diffuse sul volto, le lagrime salirono agli occhi: ella tremò, come se allora dovessero squassarla i più disperati singulti. Non pianse, però: arrossì di nuovo, si ricompose, sorrise.
— Raccontami i tuoi sogni, Daisy, giacchè tu confessi di essere romantica. Io sono una creatura secca e dura, che ho bisogno di denari e che non devo sognare. Dimmi il nome della persona che vuoi sposare, Margherita.
— Non esiste — disse la creatura pallida e bionda — non esiste.