E se ne andò subito, lasciando suor Giovanna della Croce in mezzo alla stanza. con quella larga lettera fra le mani. Un tremito mortale scuoteva le fibre della monaca; mentalmente, ella si raccomandava a Dio, perchè vincesse la sua confusione e il suo dolore. La ragazza aveva taciuto, era partita: un altro minuto ancora e la vecchia suora avrebbe pianto di umiliazione, di pudore offeso, di vergogna, innanzi a sua nipote. Così, non potette aprire subito quella lettera, tenendola nelle mani, distrattamente, quasi non vedendola, quasi essendosene dimenticata: si andò a gittare sulla sedia, nel vano del secondo balcone, quello che dava sul Vico Primo Consiglio, dirimpetto alla casa muta e cieca. Teneva curva la testa, curve le spalle: si sentiva piegata sotto un peso atroce, che lentamente la schiacciava. Restò così, qualche tempo. Poi, si rammentò la lettera. Guardò il francobollo timbrato; veniva da Roma; portava questo indirizzo: Signora Luisa Bevilacqua, già monaca nell'Ordine delle Sepolte Vive. L'aprì, la lesse. La lesse di nuovo, più piano, parola per parola. Il suo viso era diventato plumbeo e il capo era caduto sul petto.

Quando, un'ora dopo, Grazia Bevilacqua entrò nella stanza di sua sorella monaca, la trovò a quel posto solito, di fronte alla casa oscura e silenziosa. Suor Giovanna della Croce teneva il tombolo del merletto sulle ginocchia, ma non lavorava: le mani lunghe e magre erano abbandonate sul cuscino, coperto di tela verde. La monaca pareva assorta, niente altro.

La sorella, meno vecchia di lei di cinque o sei anni, non le rassomigliava. Era bionda e i suoi capelli erano tinti malamente, tanto che assumevano, qua e là, ombre verdastre: il viso era bianco e gonfio di un cattivo grasso: una costante espressione di malcontento torceva quella bocca, che era stata molto bella. Come sua figlia Clementina, Grazia indossava una vestaglia sgargiante, carica di nastrini, di ciuffetti, di cascate di merletto e portava dei braccialetti ai polsi: ma il corpo si deformava nella grassezza, rompeva la fascetta. Si sedette di fronte alla sorella monaca.

— Che fai? — le domandò, senza interesse e senza curiosità, tanto per entrare in discorso.

— Niente, — disse suor Giovanna, con voce fioca.

— Non ti senti bene? Vuoi qualche cosa? — replicò l'altra, con gelida premura.

— Grazie, non voglio nulla. Sto bene.

— Sei qui, sola sola, da molto tempo? Ho avuto tanto da fare io! Ho tanti guai, tanti guai!

— Nessuno è solo, in compagnia di Gesù e di Maria, — rispose la monaca, a voce bassa.

Tacquero. Si vedeva bene che Grazia Bevilacqua voleva dire qualche cosa d'importante alla sorella. La guardava: le bianche e flosce palpebre batterono sugli occhi azzurro-grigi che erano stati così belli e così perfidi.