— Luisa? — chiamò Grazia.
— Non mi chiamare così. Chiamami Giovanna, — soggiunse la monaca, scuotendosi.
— Come vuoi tu: Giovanna, Luisa, per me è tutt'uno. Purchè ti ricordi che mi sei sorella, mi basta!
La monaca, tratta dallo stato di stupore, in cui si trovava, levò gli occhi in viso alla sorella, improvvisamente attenta.
— Io sono in un mare di tristezze, Giovanna. Con quel poco che mi è restato, non giungo a far vivere la mia famiglia e me, che a stento; tu lo vedi. Non è colpa mia, credilo. Silvio, mio marito, si è divorato quasi tutto il suo avere e una parte della mia dote: io, è vero, ho voluto sempre figurare, mi è piaciuto di mostrarmi al mio grado, ma ti giuro che non ho sciupato molto....
— Perchè mi dici queste cose, Grazia? Io le so.
— Non le sai bene! Non le sai abbastanza! Sei monaca: queste cose del mondo, non le puoi capire perfettamente. Sono guai, sono guai grossi....
— Dio ti assista!
— Aiutati che ti aiuto, dice Dio! Se non marito Clementina con un giovane ricco, se non procuro una sposa ricca a Francesco, come faremo? Perciò porto in giro la ragazza, perciò faccio dei sacrifizii per far vestire bene Francesco: qualche buon partito, ricco, molto ricco, deve capitare, all'una, all'altro. E allora tutti saremo prosperi, felici, anche tu, Giovanna....
— Io chiedo al Signore la pace, — disse la suora con un profondo sospiro.