Grazia era inquieta, agitata, sulla sua sedia. Aveva fatto tutto quel preludio fra querulo e ipocrita, per venire a un fatto concreto.

— Per ora, sono nell'olio bollente, Giovanna. Debbo dare quattro mesi al padron di casa, cioè trecentosessanta lire, a novanta lire il mese, ed egli strepita per averle. Mi ha anche citato due volte: un giorno o l'altro, mi sequestra questi pochi mobili.

— Oh, Gesù!

— Così è. Non si vergogna di fare strepito per questa sua brutta casa, con l'inconveniente grave che vi è....

— Che cosa? — chiese, inconsciamente, la monaca.

— Nulla, — disse Grazia, cangiando discorso, dopo aver sogguardato dalla parte del Vico Primo Consiglio, verso la casa sbarrata e muta. — Alle corte, io ho cento lire da dare al padron di casa: ma non le vuole. Vuole tutto. Dammi tu le altre duecentosessanta lire ed esciamo di pena.

— Volentieri, Grazia, volentieri, — mormorò con voce umile suor Giovanna della Croce. — Ma non le ho.

— Non le hai? Non le hai? — esclamò, con un principio d'ira la sorella. — Come è possibile?

— Non le ho, purtroppo.

— E che ne hai fatto del tuo denaro?