Il tono della voce era così alto, che la monaca si spaventò.
— Non parlate così. Vi stancate. Tacete. Cercate di dormire di nuovo. Il sonno vi guarisce.
— Il sonno mi uccide. Nel sonno posso morire senza che voi ve ne accorgiate, suor Giovanna della Croce. Quando dormo, ricordatevelo, voi dovete scuotermi, chiamarmi sempre, perchè io non me ne muoia.
— Sì, sì, ma tacete, — disse la monaca, cercando di tenerla ferma sul letto, ove si muoveva sempre. La fronte e le mani della inferma erano sempre più fredde.
Quella obbedì per un poco. Ma non si riaddormentò, non richiuse gli occhi.
— Ho pensato una grande cosa, suor Giovanna mia, — le disse, prendendole una mano, stringendola, obbligando la monaca a curvarsi sul letto.
— Che cosa?
— Voglio mettere il mio figliuolo in marina.
— Ah! — esclamò la monaca, trasognata.
— Sì, in marina. Il mio Vittorio, così si deve battezzare domani, col nome di Vittorio, perchè ha vinto la morte per lui e per me, — deve partire, per lunghi viaggi. Io piangerò molto quando andrà via; e sarò tutta tremante quando udrò il vento fischiare per le vie venendo dal mare e quando il mare inonderà la banchina di via Caracciolo, nei giorni di tempesta; e lo raccomanderò a Maria, stella dei naviganti, Ave Maris stella. E che gioia, zi monaca mia, quando egli ritornerà sano, salvo, bello, come un angelo, bello e forse come un eroe....