Il padre lo baciava, in silenzio, sui capelli, sugli occhi. Per lavorare in ufficio, Paolo Joanna aveva cambiato il soprabito in una giacchetta di lustrino: la faccia aveva una monotona espressione di stanchezza e quasi di ebetismo: il medio e l'indice della mano dritta erano sporchi d'inchiostro sino alla seconda falange.

‟Hai mangiato, nino mio?”

‟Sì, papà: Marianna mi ha comprato il pollo.”

‟Ti è piaciuto?”

‟Sì, papà: e tu?”

‟Io ho fatto colazione al caffè.”

‟Con gli amici tuoi, papà?”

‟Sì, nino. Ti sei seccato, a casa?”

‟Un poco, papà: ma non importa.”

Peppino, il ragazzo di stamperia, ritto innanzi alla scrivania di Paolo Joanna, teneva sempre le bozze in mano e guardava in aria, seguendo il volo delle mosche. Il giornalista gli prese le bozze e chinò il capo sul tavolino, a lavorare di nuovo. In silenzio Peppino andò via. Riccardo aveva posato il berretto sopra una scansia, sopra un fascio di opuscoli tutti polverosi, e piano piano girava per la stanza, come a cercarvi qualche cosa di nuovo. Ma era sempre la medesima stanza, con due scrivanie che si prospettavano, massicce, profonde di cassetti, due monumenti; con certi scaffali pieni di libri buttati a caso, pieni di opuscoli, di carte vecchie, di fasci di giornali ingialliti; alle mura una carta geografica dell'Italia, un vecchio orario generale delle ferrovie romane, una vecchia réclame dell'esposizione marittima di Napoli, un cartellone rosso con cui il Tempo annunziava ai suoi lettori la pubblicazione del romanzo di Montépin: La Marchesa Castella. Ma su tutto questo una polvere fitta, come se ci fosse piovuta, una polvere che mangiava il colore della carta, che appannava la vernice del legno, che si depositava, a solchi, nella paglia delle sedie, che copriva i libri e gli Atti del Parlamento di uno strato molle, che disegnava delle ombre sugli ondeggiamenti della carta geografica e dei cartelloni.