Insieme al costante odore d'inchiostro di stamperia, questa volta un po' rancido, si univa l'odore secco e aspro della polvere: se ne indovinavano dei monticelli negli angoli dimenticati, dietro gli scaffali, nei cantucci oscuri: Riccardo procedeva con una certa diffidenza, avanzando il nasino, indietreggiando il corpo, per la paura d'insudiciarsi. Sopra un tavolinetto vi era un bicchiere con un po' di limonata in fondo: accanto una vecchia testata del Tempo, tutta nera d'inchiostro, tutta corrosa dalla polvere. Per cavare da uno scaffale un fascio d'Illustrazioni italiane Riccardo sollevò un nugolo di polvere, tossì: Paolo levò il capo, si baloccò con la penna.

‟Che cosa scrivi, papà?”

‟Scrivo che il prefetto è un cattivo, nino mio.”

‟Gliene dispiacerà al prefetto?”

‟Sì, nino.”

‟Imparerà a esser cattivo,” disse imperiosamente il bimbo, con l'intonazione di un piccolo tiranno.

E si mise a sfogliare le Illustrazioni, senza parlare. Aveva subito imparato a non discorrere in ufficio, a non chiedere nulla, a non far rumore, a stare lungo tempo immobile, seduto, curvo sopra un giornale illustrato, sempre i medesimi giornali, senza seccarsi mai, come un bimbo precoce e saggio. Non si accostava neppure al balcone che dava sulla Piazza dello Spirito Santo, quasi alla fine di Via Toledo, donde veniva un grande rumore di carrozze e di persone: ogni tanto, quando una persona attraversava la stanza, Riccardo levava gli occhi, curioso, ma timido. Quella porta, quella stanza di là, dove sedeva e troneggiava il proprietario-amministratore del Tempo, sembrava a Riccardo un tempio: non vi si entrava mai, bisognava chieder permesso, le persone vi restavano lungamente e certo parlavano a voce bassa, di cose importanti, perchè niun rumore ne veniva: il proprietario non riconduceva mai nessuno, era un piccolo uomo panciuto, con una testa di foca e gli occhi grigi e falsi dietro gli occhiali. Ogni tanto, Paolo Joanna scompariva anche lui dietro la porta del tempio: Riccardo restava con gli occhi fissi su quella porta, un po' inquieto. Verso le cinque il proprietario andava via, senza guardarsi intorno, senza salutare, con l'occhio spento dietro gli occhiali, chiuso in sè. Giammai aveva detto una parola a Riccardo, giammai aveva fatto mostra di aver notata la sua presenza: e Riccardo, il piccolo principe, si sentiva pieno di rispetto e pieno di paura per quel breve uomo ventruto, dal mustacchio troppo corto e troppo rado. Quando qualcuno veniva a chiedere del proprietario, domandava sempre se vi era il signor cavaliere, senz'altro: Paolo Joanna, parlando di lui a tavola, a teatro, diceva sempre il signor cavaliere, e questo titolo pareva a Riccardo qualche cosa di misterioso, di grande. Talvolta nella stanza di là le voci si elevavano. Paolo tendeva l'orecchio un minuto, poi diceva a Riccardo di andar a giocare in anticamera. Quest'ordine, per Riccardo, era una liberazione. Quel giorno, precisamente, l'ordine non veniva: e Riccardo si accostò alla scrivania di suo padre, senza dirgli nulla. Costui continuava a scrivere e non si accorse di nulla: ma levando gli occhi, vide la testa ricciuta di suo figlio accanto a lui:

‟Vuoi qualche cosa?”

‟Vorrei andare in anticamera.”

‟Va: non t'insudiciare.”