Nella redazione deserta, ove egli solo soffriva, l'ultimo numero dell'Uomo che ride pareva ancora in elaborazione; sopra un tavolinetto Giulio Frati aveva lasciato le spoglie del suo violento articolo contro le tariffe doganali di Bismarck, alcuni foglietti sporchi e un numero del Temps spiegato; davanti a Riccardo Joanna, arrotolato e sudicio di stamperia, c'era l'originale dell'articoletto anodino di Paolo Stresa sulle pitture della basilica di San Clemente; alle sue spalle, infissi al chiodo e aperti, i telegrammi particolari da Milano, che si stampavano con la data di Parigi, di Berlino e di Londra; e qua e là un po' di tutto, un volume del Bouillet ch'era servito a Bertarelli per fare un capocronaca sulla inaugurazione della lapide a Stephenson, nella stazione di Roma e sull'invenzione della locomotiva, e un volume dei discorsi di Gambetta che doveva servire a lui per un articolo contro Rochefort che non aveva poi fatto, un romanzo di Ottone di Banzole, e un ombrello lasciato da Bagatti, poichè verso sera non pioveva più. Queste spoglie fugaci del giornale che in quel momento era in macchina per l'edizione di provincia, assistito da altri, accompagnato da altri alla luce, gli davano una tristezza infinita. Che gl'importava più, oramai, di ciò che conteneva il giornale? Purchè il giornale uscisse, comunque, purchè non morisse d'anemia una sera, che i cilindri d'una macchina tipografica, accanto ad un'altra macchina che versava a fiotti continui un altro giornale più fortunato e più forte girassero anche pel suo! Ecco tutto. I suoi sogni erano svaniti. Egli, Riccardo Joanna, il brillante articolista, il poeta della prosa quotidiana, il cronista mondano e fosforescente, l'istoriografo dei balli e dei concerti, tutto scintillante di aggettivi e di metafore, era schiacciato sotto il peso del suo sogno ambizioso, era soffocato sotto la mole della sua impresa gigantesca, non esisteva più. Da quindici giorni non poteva più scrivere, neppure un articoletto politico pieno di paradossi e di fuoco, neppure una di quelle sfuriate polemiche così impetuose che lo facevano ammirare anche da quelli che non si volevano abbonare all'Uomo che ride. Sopraffatto dalla belva famelica ed urlante ch'egli aveva sguinzagliata, il bell'adoratore del caviale e delle donne aveva smarrito tutti i suoi aggettivi e le sue metafore: uno era il cruccio cocente e divorante che lo affocava, uno era il pensiero che lo aveva abbrancato, una la smania furiosa che lo mangiava; tirare avanti, a forza, ad ogni costo: se no, morire. E a questo fantasma della morte ch'egli chiamava ad ogni tratto, ch'egli avea sin dal principio evocato a sua tutela quando nella cena inaugurale, rispondendo a Giulio Frati che beveva ai funerali del giornale, disse, freddo in faccia, col bicchiere alla mano, con la voce tranquilla:

‟Non scherzate col becchino, amici cari; voi sapete bene che L'Uomo che ride sarà il mio sudario.”

Di nuovo i vetri dell'uscio tremarono con fracasso, qualcuno entrò, il gerente venne con un dispaccio che tese a Riccardo; poi cominciò a rassettargli davanti le carte sul tavolino. Joanna aprì la busta del telegramma, ma distrattamente; veniva da Bologna; diceva: Spedito cinque cartelle; segue resto; mandami per telegrafo 50 lire. — Brancacci. Joanna guardò stralunatamente quel pezzo di carta gialla, poi alzò gli occhi, e vide il gerente che puliva con uno strofinaccio i due o tre calamai sparsi sul tavolino.

‟L'amministratore non s'è visto per niente oggi?”

‟No, signor direttore,” rispose quell'onesto avanzo dei Mille, lunghissimo, che aveva la faccia d'un palafreniere inglese.

‟E chi c'è stato in Amministrazione?”

‟È venuto un momento Antonio, che voleva parlare con lei; ma il signor Frati l'ha rimandato.”

‟Chi ha aperto la posta dell'Amministrazione?”

‟Nessuno; la tengo di là: la vuole?”

‟Portamela. E chi ha preso i danari della vendita?”