Joanna, che aveva ascoltato distrattamente la triste aritmetica di Frati, fece un meccanico cenno affermativo col capo, Bagatti gli pose le due mani sulle spalle:

‟Io ti saluto, o insigne campione della libertà della stampa. La tua penna sfonda le tenebre dell'oscurantismo, tu sei il gran poeta parlamentare. Il paese reclama la tua splendida parola alla Camera, perchè metta in fuga i vili pipistrelli della maggioranza. Non ti far sopraffare da queste miserie quattrinaie. Specchiati in me, che non ho neppure una vile lira in saccoccia, ed ho la faccia radiosa nella speranza del futuro. Non mi restano altri beni mobili che questa pelliccia e un fucile da caccia, frutto dell'ultima campagna elettorale; e chi sa? forse il Monte di Pietà, in omaggio alla sua benefica istituzione, mi prenderà l'uno e l'altra in cambio di cinquecento lire.”

‟E per l'amministratore come si fa?” disse Frati, interrompendo l'altro.

‟Perchè, che è stato?” domandò Joanna.

‟Ci ha piantati, dicendo che non può andare avanti.”

Joanna si morse le labbra sottili, mentre la fronte gli tremava lievemente.

‟Va bene, ci penseremo domani. E il giornale?”

‟Il giornale si sta impaginando; Malgagno di là corregge la Camera; ma non finisce mai di chiacchierare.”

‟Hai riletta la pagina? Dammela.”

Joanna prese la pagina stampata da una parte e bianca dall'altra, ed entrò in mezzo al movimento della tipografia, seguito dai due redattori. Malgagno correggeva il resoconto della Camera vicino al banco dei compositori sopra un tavolinetto carico di tavolette di caratteri composti, e litigava col proto espandendo la sua loquacità napoletana a piena bocca.