‟Senta, signor Joanna,” disse quella voce fredda e cortese che aveva o parve avere un che d'insultante, ‟così non si va avanti. Per fare un favore a lei, le abbiamo accordato di fare i pagamenti settimana per settimana: ella è in arretrato di quindici giorni; ogni giorno promette di pagare, e poi non ne fa nulla. Io non lo posso far più; capirà, abbiamo anche noi i nostri impegni, dobbiamo pagar gli operai.”

Joanna ascoltò la dolorosa filippica che gli scardinava il cuore, senza rispondere. La voce del contabile salì d'un tono, inasprendosi, irritandosi a quel silenzio.

‟Insomma, mi dispiace moltissimo, ma ho ordine di significarle che se non paga entro domani, sospenderemo la stampa del giornale.”

‟Datemi tempo sino a dopo domani,” disse Joanna, freddo, ma sentendosi salire un tumultuoso turbine di sangue alla testa.

‟Impossibile. E, capirà, se dipendesse da me....”

‟Va bene,” disse Riccardo, andandosene, preso da un'ubbriachezza ardente; e uscendo dal camerotto, ancora con l'usciuolo in mano, chiamò:

‟Frati.”

Frati venne, tutto infocato dal calore della stamperia. Un gruppo di redattori del Baiardo uscivano in quel momento dalla tipografia, ciarlando e ridendo, col loro prosperoso giornale in mano.

‟Addio, Joanna,” dissero.

‟Senti,” disse Riccardo a Frati, traendolo nel buio dell'androne; ‟tu non hai scordato quello ch'io ti dissi la sera della cena inaugurale: L'Uomo che ride sarà il mio sudario. Bene, ci ho pensato meglio: morrò forse io, ma il giornale vivrà. — Giulio, se io mi ammazzerò, tu farai vivere il giornale.”