Il buon vecchio di Basilicata, senatore del Regno, vice-presidente e consigliere d'una dozzina di banche, di compagnie di assicurazione, di società anonime, il buon vecchietto placido, dalla barba bianca, che pareva felice di sè e della vita ad onta della sua grande tragedia coniugale, mangiava dolcemente, ma con le gengive spoglie di denti, e ascoltava con tranquilla attenzione le cose crudeli che Joanna gli veniva dicendo a voce bassa e con faccia serena.

Proprio lì accanto la tavolata allegra romoreggiava, e poco oltre un vecchio dottore tedesco distribuiva il pasto alla sua numerosa famiglia. Joanna, freddo di fuori ma bruciante dentro come se tutti gli spiriti della sua vita si fossero accesi per dar l'ultima fiammata, stava piegato sul fianco destro, e stringeva fra due dita convulsamente una cocca della tovaglia, parlando con calma e lucidezza grandissima.

‟L'ultima mia speranza è riposta in lei: se lei mi abbandona, io mi debbo ammazzare questa notte.”

‟Non dica questo,” disse il senatore, ‟non son cose che si dicono, perchè poi o si fanno, e si commette una sciocchezza, o non si fanno, e si diventa ridicoli. Lasci stare, creda a me, i giornali passano, gli uomini restano.”

‟Lei non mi conosce bene, senatore, o non conosce i giornalisti; un giornalista è come un capitano di mare: deve colare a picco con la nave.”

‟Non dica queste cose, caro Joanna, a un uomo d'affari a cui vuol proporre un affare. Lei vuol esser poeta in tutto, anche nella speculazione, anche nel giornalismo. Ho conosciuto molti ma molti più giornalisti di lei: ho conosciuto bene Girardin, per esempio, il quale diceva che il giornale è oggi ciò ch'era alcuni secoli fa un reggimento. Allora metteva su un reggimento chi voleva tentare l'avventura della forza, ora fonda un giornale. Se l'avventura era buona, il capitano saliva in groppa alla fortuna; se era cattiva, il reggimento si scioglieva, il capitano tornava ai campi, o al castello, secondo la sua condizione.”

Il placido senatore parlava mollemente, bonariamente, con un risolino benevolo, diffondendosi con compiacenza per mostrare la sua erudizione del giornalismo e della vita. Joanna si sentiva torcere le budella per l'impazienza. Sapeva bene oramai il tormento di queste divagazioni degli uomini d'affari coi giornalisti che ne propongono, aveva provato cento volte oramai la tortura feroce che la gente di danaro si compiace di infliggere, menando attorno chi si rivolge ad essa, sermoneggiandolo, facendogli la lezione.

La faccia di Joanna si cominciava a far tetra; quella volta, proprio, la necessità era troppo incalzante; ogni deviamento dalla questione gli era insopportabile.

‟In sostanza,” disse il senatore, ‟veniamo all'affare. Di che si tratta?”

‟Si tratta,” disse Joanna, piano sempre, ma con la virulenza magnetica d'un uomo che si lancia ad abbattere un muro, ‟che se non risolvo il problema insolubile che le ho detto, stanotte mi debbo ammazzare.”