Il senatore lasciava sfogare il disperato ch'era stato preso da una specie di furore; e masticando lentamente pensava, valutava, misurava l'abisso dal fondo del quale Joanna gridava aiuto.
‟Ecco,” disse, ‟io debbo domattina partire per Torino, ove ho consiglio d'amministrazione della Banca Piemontese; sarò qui fra cinque o sei giorni, e potrò occuparmi di voi. Parlerò coi miei amici, vedrò cosa si può fare, e spero di mettervi insieme fra due o tre settimane otto o diecimila lire. Ma voi dovete darmi la vostra parola d'onore che il vostro giornale durerà.”
‟Ve l'ho già detto: il giornale vivrà; ma io non posso aspettare tutto questo tempo.”
‟E allora che volete che vi faccia?”
‟Sentite,” disse Joanna, ‟datemi cinquemila lire domani, e non v'infastidirò più.”
‟Io non posso, assolutamente.”
‟Datemene tremila.”
‟Ma no, ve l'ho detto.”
‟E allora,” disse Joanna di nuovo glaciale, ‟tutto è inutile.”
Il senatore cominciava a fremere di paura e di collera.