‟Guarda lì in fondo: ci dev'essere.”
Riccardo traversò le sale, con faccia sicura, con passo fermo, senza veder la gente che lo guardava, e che parlava di lui.
‟Quello è un uomo che finisce male,” disse un capitano dei carabinieri amico de' giornalisti.
‟Ma che male,” disse il corrispondente del Secolo di Milano, ‟oggi stesso si sono accordati con Depretis: gli daranno quattromila lire al mese. Vedrete L'Uomo che ride risorgerà.”
‟E pure è un bel giornale, è un peccato!” disse Centola, il comproprietario d'un giornale del mattino che aveva fatto la guerra, sordamente, con la camorra dei rivenditori, all'Uomo che ride.
Frati era in istato incandescente, pareva una caldaia a vapore. Con un bicchiere di ponce davanti, col bavero alzato, il cappello indietro sul cranio, gli occhi lucenti, le mani in aria, polemizzava violentemente con quattro o cinque giornalisti, corrispondenti, redattori d'altri giornali. Era il leader dell'Uomo che ride. Giulio Frati, l'entusiasta del suo giornale, il credente nella sua polemica, l'appassionato della discussione. Per lui, non c'era altro giornale al mondo fuori del suo; e la sua voce, per solito piana, era salita a una tonalità imperiosa e burrascosa. Egli urlava, e sbalzava dall'uno all'altro argomento perorativo, soffocando gli avversari sotto l'esuberanza della dimostrazione.
‟Perchè si deve vendere il Baiardo, che è un vecchione, un rudere, una vacuità, ove non c'è più nè men spirito, ove non c'è nulla, nè un articolo, nè un dispaccio, nè la cronaca, nè nulla? Perchè si deve vendere il Sancio Panza, che è il monitore ufficiale dell'imbecillità, della sgrammaticatura, dell'ignoranza? tutto un cumulo di scempiaggini tradotte dal francese? C'è nessun giornale a Roma che abbia un ideale politico? Noi lo abbiamo, noi combattiamo per esso, ogni giorno, da tre mesi, senza tregua. Quando poi la polemica politica si è fatta in Italia con tanta vivezza, con tanta onestà, con tanto fuoco? Quel poco di vita letteraria che ci è in Italia, tutta è raccolta nel nostro giornale; noi pubblichiamo gli articoli di Brancani, di Cesare Dios, di Filippi, le novelle di Capuana, di Verga, di Navarro, i versi di Stecchetti, di Panzacchi, quotidianamente. E non siam stati noi i primi ad introdurre in Roma il sistema dell'informazione telegrafica, rapida, fulminea, colorita, palpitante? Quando mai s'è visto un lavoro giornalistico simile al nostro resoconto del processo Faella? Intanto nessuno risponde ai nostri attacchi, hanno paura, ci fanno la guerra vigliacca, ci fanno la camorra, impongono ai rivenditori di non gridare il nostro giornale, ci rubano le notizie senza citarci. Andate là: la stampa in Italia è vigliacca. Ma, per Dio, verrà il momento....”
‟Giulio, vieni via,” gli disse, battendogli sulla spalla, Joanna, ch'eragli sopravvenuto dietro.
‟Buona sera, Joanna,” dissero quelli che erano stati a sentir Frati, freddamente, poco convinti dalla sua focosa eloquenza.
‟Oh, sei tu? Eccomi,” disse Frati, battendo sul tavolino i soldi del ponce.