‟Andiamo all'ufficio,” disse Riccardo quando furono fuori.

Quel pezzo di Corso era un po' più popolato; il caffè Aragno e quello del Parlamento, ove la gente affluiva, lo popolavano anche nelle sere cattive. Ignazio, il gobbetto allegro, urlava i titoli dei giornali sotto il palazzo Chigi. Piazza Colonna era nebbiosa assai, e bizzarra, con quel lunghissimo stelo della colonna che se ne andava in alto, fra i vapori. Davanti al palazzo del Parlamento, i cui cristalli opachi erano debolmente illuminati, Joanna si fermò:

‟Entra un po',” disse a Frati: ‟vedi se c'è l'onorevole Feliciani.”

Frati stette qualche minuto dentro. Joanna pensava, nella piazza, fischiando un'arietta e battendo il tempo col piede.

‟Non c'è,” disse Frati, tornando.

‟Chi c'è?”

‟C'è Capponi che scrive una lettera, Boselli che parla con Zerbi, e un vecchio che legge i giornali, non so chi sia.”

‟Non importa,” disse Joanna.

Scesero in Via degli Uffici del Vicario; Frati ancora ardente per la gran discussione recente, Joanna tranquillo ancora, sebbene una nuova febbre, il gran delirio finale, gli cominciasse a scoppiare nel sangue. Giunti al portoncino dell'ufficio, disse Joanna:

‟Hai fiammiferi?”