Dirimpetto, il liquorista se ne stava all'ingresso della sua bottega. Quando Frati accese il cerino, s'accostò a Joanna:
‟Senta, caro signore; mi son seccato d'esser menato in giro a questo modo, per quel conto di duecentoventi lire. Anche ieri il suo amministratore mi ha mandato a spasso, dicendo che il giornale andava in rovina.”
‟Venite domani,” disse Joanna, trasalendo a quella guerricciola della necessità, a quell'assillo del bisogno, minuto, insistente, implacabile, all'ultimo momento.
‟Ma che domani e doman l'altro,” gridò sgarbatamente il creditore, inferocito, ‟son tre mesi che mi sento ripetere questa storia. Perchè bevere tanto cognac e tanto kummel, quando non potete pagarlo?”
‟Fate un po' quel che vi piace,” disse Joanna, entrando nel portoncino; e mentre abbasso il liquorista bestemmiava e minacciava, egli montò le scale rapidamente, preso da una ribellione, afferrato dalla pazzia.
Frati accendeva il gas nella stanza di redazione, Joanna si buttò nella sua poltrona davanti alla scrivania, furioso, con una smania di urlare prepotente.
C'erano due lettere. Una busta gialla la prese, la buttò in terra, la calpestò:
‟Anche tu, anche tu, anche tu! Andate al diavolo tutti, andate all'inferno tutti, fallite tutti, cani: non voglio più veder nulla, non voglio più saper nulla.”
‟Per Dio!”
Frati raccolse la lettera, guardò la busta, c'era su stampato la ditta del tappezziere che aveva mobiliato l'ufficio, che insisteva per avere il saldo, che ingiuriava, che minacciava. Il buon giovine se la mise in tasca, per nasconderla agli occhi di Riccardo.