‟No, no, finisco qui e sono con lei,” ribattè Riccardo Joanna.
Il giovanotto bruno e snello aveva preso una seggiola, delle due che ornavano la nuda stanzetta, e aveva fatto per sedersi, ma la seggiola si era piegata leggermente: egli aveva arrossito un pochino e senza far rumore aveva preso l'altra: per timore che fosse anch'essa sfiancata, si era seduto sull'orlo, tenendosi leggiero. E di sottecchi, modestamente, egli sogguardava Riccardo Joanna, questo giornalista grande, questo giornalista terribile, di cui favolose storie si narravano in provincia, il cui nome era conosciuto e venerato dal più umile cronista di giornaletto settimanale e clandestino. Il giornalista grande e terribile aveva le tempie sguarnite di capelli e un po' ingiallite, ma sulla fronte un ciuffetto si arricciava ancora: gli occhi pallidissimi sotto le palpebre rossicce erano anche deturpati da due borse flosce, ma sogguardavano ancora, ogni tanto, con un languore inconscio: il volto era tagliato da mille sottilissime rughe, ma non aveva perduto un resto di antica nobiltà: i denti erano neri pel sigaro. Quello che era ignobile, era il corpo: il collo si era ingrossato, le spalle si erano curvate, la pancia, la pancia era diventata enorme: e sotto quella pancia le gambe parea si fossero rattrappite. Ma il corpo non si vedeva nella poltroncina rotonda: e sulla immaginazione del giovane bruno, il grande giornalista, il terribile giornalista, Riccardo Joanna, apparve ancora come un magnifico avanzo di nome.
Intanto Riccardo Joanna aveva finito di scrivere la sua lettera, aveva fatto l'indirizzo sulla busta e aveva sonato sopra un timbro: n'era venuto fuori un suono rauco, come un singhiozzo sbagliato — la campanina del timbro era rotta. Pure Agabito si era presentato, con la sua ciera di servo infinitamente seccato.
‟Questa lettera a Sua Eccellenza.”
Agabito la girava fra le mani, restando impalato.
‟Debbo portarla io, signor cavaliere?”
‟Oggi Francesco non è comparso.”
‟Lo faremo multare di cinque franchi Francesco: andate voi, Agabito.”
‟Non vi è nessuno, di là....”