‟Mah!...” fece il cronista, con un cenno d'ignoranza.

Ambedue non avevano orologio: e l'orologio grosso e grossolano, da paccotiglia, sospeso al muro, era fermo da sei mesi alle undici e mezzo.

‟Ora domando a don Domenico,” propose il piccolo Riccardo.

Adesso, nella stanza di redazione era cominciato un certo viavai; il deputato ispiratore del Tempo aveva mandato l'articolo di fondo contro il governo, e Paolo Joanna lo arricchiva di punti, di virgole, di esclamazioni, spezzava i periodi, ne rifaceva qualcuno; il corrispondente da Torino aveva mandati due telegrammi, di cui uno si fingeva fosse da Parigi; era venuto il fattorino dell'Agenzia Stefani col solito dispaccio; Peppino era capitato di nuovo, con altre bozze; due o tre signori erano passati, si erano ficcati nella stanza del proprietario. Dolfin con le mani in tasca guardava il soffitto, con quella immobilità sorridente del Veneziano immerso nelle sue contemplazioni.

‟Sono le quattro e un quarto,” tornò a dire Riccardo.

‟Paolo, dammi Riccardo, lo porto a passeggiare.”

‟No, no, lascialo stare,” mormorò Paolo, pensoso.

‟Che ti fa qui? Te lo riconduco all'ora del pranzo.”

‟Lascialo Riccardo: mi serve.”

‟Quello si annoia: fallo venire a passeggiare.”