‟Ti annoi, Riccardo?”

‟No, papà: non mi annoio mai,” rispose il piccolo uomo.

‟Senti una parola, Alessandro,” disse Paolo.

E per parlarsi in segreto, i due redattori se ne andarono fuori il balcone. Ivi Paolo fece la domanda: aveva da prestargli venti lire, Alessandro? E lo aveva detto presto presto, con quella timidità e quella soffocazione di voce che hanno le persone veramente bisognose: e giocherellava col bottone quasi strappato della sua spolverina. Dolfin si fece pallido, una viva espressione di dolore gli si dipinse sulla faccia: non aveva che tre lire per pranzare, potevano dividere, egli si sarebbe contentato.

‟Non importa, non importa,” disse Paolo, vergognandosi.

‟Prendile, Paolo, prendile: almeno per Riccardo.”

‟Troverò altrove: lascia fare,” e abbozzò un pallido sorriso di sicurezza.

Rientrarono. Erano smorti ambedue, e si dolevano, l'uno della domanda fatta inutilmente, l'altro della propria impotenza. Il bambino li guardò, uno dopo l'altro, come se volesse leggere nelle loro facce: egli era serio serio, come se avesse indovinato.

‟O Riccardo, vuoi arrampicarti ancora?” domandò fiaccamente quel bonaccione di Dolfin, tendendo il piede e il ginocchio destro.

‟No,” disse lentamente il bambino, ‟non ho più voglia.”