‟Mi darà il saldo?”

Riccardo Joanna fece un gesto così largo di magnificenza, che l'esattore andò via subito. Ma il direttore del Tempo fu ancora fermato, innanzi al casotto del portinaio: questa volta era un esattore lungo e scarno, uno scheletro ambulante:

‟Signor cavaliere, scusi, sa, venivo per quel conto del tappezziere Martelluzzi....”

‟Ebbene, che vuole? Io non li ho più i suoi mobili.”

‟È vero, è vero, signor cavaliere, ma la colpa non è di Martelluzzi se le han fatto la vendita. Alla fine sono ottomila lire.... e capirà....”

‟Capisco: venite domani.”

Ma l'esattore doveva conoscere il valore di questa promessa, perchè guardò Riccardo Joanna con un'aria di rassegnazione malinconica.

‟Domani, dunque,” mormorò.

‟Alle tre,” ribattè Joanna imperiosamente.

L'esattore di Martelluzzi lo guardò con un muto e ossequioso rimprovero, come a dire: — Che ti ho fatto, per parlarmi così? — E pian piano, se ne andò, crollando il capo, fidando in questo domani che egli udiva da tre anni, fingendo di fidarsi, non osando, nella sua povertà di servo, mostrare alcun dubbio.