‟Che cosa?” fece Joanna riscosso.

‟Almeno mi dica il giorno,” balbettò il litografo.

‟Il giorno,” aggiunse il commesso del camiciaio.

‟Domani,” fece Joanna.

‟Domani?”

‟Sì.”

‟Anche per me, domani?”

‟Anche per voi, domani.”

I due se ne andarono, curvando le spalle, come se si fossero scaricati del loro obbligo. Antonio Amati, più che mai confuso, aggiungeva tra sè e sè queste altre cifre, a quelle precedenti, dei debiti di Riccardo Joanna. E le cifre ballavano la ridda nella sua testa, egli pensava che ci voleva una somma favolosa per liberare Riccardo Joanna da tutti i suoi debiti. Due o tre altri ne vennero, volta a volta umili o impertinenti, chiacchieroni, lunghi, ripetenti continuamente la stessa canzone, anch'essi: era il meccanico che aveva messo il gas, nell'altro ufficio: era il negoziante di vini, che aveva fornite molte bottiglie di champagne, per una cena d'inaugurazione: era un creditore del redattore capo, che lo mandava dal direttore Joanna, il quale lo rimandava al redattore, come il Cristo da Erode a Pilato. Venne anche un altro sarto: e Joanna s'imbrogliò, lo confuse con l'altro, che aveva trovato sulla porta, ne nacque una lite, perchè l'altro aveva avuto dodici lire in acconto, e costui non aveva avuto mai nulla.

‟Quando debbo ritornare?” finiva per chiedere il creditore, esausto, disperato.