‟No, no, caro Amati, io non voglio ricevere quella signora.”

Ma l'usciere rientrò, si mise a parlare energicamente con Joanna, facendo dei grandi cenni di denegazione: Joanna fece un moto di fastidio. E lentamente l'usciere se n'andò, lasciando la porta aperta: e la sora Rosina, la lavandaia, una donna grassa e grossa, con due fili di corallo al collo, con una catena di oro, entrò. Sulle prime cercò il suo denaro, ventisei lire, sottovoce; ma quando vide che Riccardo Joanna neppur le offriva da sedere, che si guardava attentamente le unghie, come se non le badasse, s'irritò, alzò la voce brandendo il suo ombrello come una clava. La scena divenne clamorosa: qualunque cosa le dicessero Riccardo Joanna e l'usciere, che era accorso, non valeva a calmarla; ella urlava come una trecca, voleva le sue ventisei lire o andava alla questura, andava da un altro giornale a denunziare questi bricconi che vanno tutto il giorno in carrozza, e non hanno ventisei lire da dare a una disgraziata.

‟Portate le camicie sporche, quando non avete denaro,” strillava.

Invano Joanna le andava ripetendo il suo eterno domani: ella non ci credeva a questo domani, non voleva tornare, li voleva in quel momento. E gridava tanto, diceva tante parolacce, che Antonio Amati, tutto tremante, alzava quanto più poteva il giornale che leggeva, per nascondersi; avrebbe voluto scomparire, tutto.

‟Ritornate alle sei,” disse Riccardo Joanna, non sapendo più come placare la lavandaia.

Ma che! non voleva ritornare, le gambe le dolevano, non stava a sua disposizione: avrebbe aspettato sino alle sei, non si moveva di lì, incredula, ostinata. E prese una sedia, si mise a sedere calmata di un tratto, aspettando quietamente le sei.

‟Aspettate pure,” aveva detto Joanna, fingendo disinvoltura.

E si era rimesso a scrivere, come se nulla fosse. Ma la sora Rosina restava lì, piantata, con una cera di donna paziente che aspetterebbe così il giorno del giudizio. Per poco Joanna scrisse, ma poi la penna gli schizzò, per un moto nervoso. Antonio Amati continuava a leggere i giornali, ma non capiva nulla: li spiegava e li ripiegava, pian piano, come se temesse di far rumore, come se volesse farsi dimenticare. Immobile, come un dio Termine, la sora Rosina stava lì come un incubo. Alla fine, non reggendosi più, Antonio Amati si alzò, andò presso Riccardo Joanna, e gli parlò sottovoce. Il giovane giornalista arrossiva, il vecchio giornalista impallidiva: e qualche cosa fu fatto, rapidamente, fra loro. Antonio Amati ritornò al suo posto. Dopo cinque minuti, con un alto disprezzo, con un cenno imperioso, Riccardo Joanna tese un batufoletto di carte alla lavandaia:

‟Eccovi le vostre ventisei lire.”

Ella se ne andò, borbottando. Non era una cattiva donna, no, ma furiosa quando voleva il suo. Riccardo Joanna non si degnò neppure di risponderle. E Antonio Amati provò un minuto di felicità pura; aveva almeno pagato un debito di Riccardo Joanna! Costui aveva finita la sua lettera, e la mandava in tipografia: aveva promesso al tipografo Casiraghi di dargli dei quattrini per le sei. Macchinalmente, andava rivedendo certe corrispondenze antiche, certi vecchi articoli che non aveva mai voluto pubblicare, e che man mano andava pubblicando, certe vecchie novelle di scrittrici sconosciute: e con le forbici andava tagliuzzando pezzetti di altri giornali, incollandoli sopra pezzi di carta bianca, scrivendovi qualche frase per cominciare e per finire. Macchinalmente, leggendo i giornali francesi, compose due telegrammi particolari, assai lunghi: macchinalmente, fumando, dormicchiando, fece un articoletto, poche cartelline e lo firmò con quell'i lungo che pareva talvolta un'accetta, talvolta una rivoltella. Antonio Amati lo guardava con ammirazione, come si guarda un automa che agisce come un uomo.