L'automa giornalista si moveva precisamente, senza dar cenno di fastidio o di stanchezza: niuna impressione si manifestava sul viso floscio e pallido, l'occhio smorto restava senza sguardo: solo le mani andavano e venivano, meccanicamente, adoperando le forbici, la colla, la penna, il lapis rosso. In mezz'ora di questo lavorío macchinale, Riccardo Joanna, l'automa giornalista, ebbe combinato tutto l'originale pel giornale. L'usciere andava e veniva, senza parlare, anch'esso diventato una macchina, in questa silenziosa asportazione di carta scritta e stampata.

‟Ecco fatto,” disse Riccardo Joanna, ficcandosi le mani in tasca.

‟Già fatto? È un miracolo. Non avevo mai visto fare un giornale. È bellissimo.”

‟Domani il giornale sarà orrendo.”

‟Oh!”

‟Orrendo, orrendo: io ne capisco.”

‟Ma le pare!”

‟Almeno questa sua bruttezza piacesse al pubblico! Perchè, vedete, il pubblico ama assai le cose brutte, le cose volgari: ma ama una speciale bruttezza, una speciale volgarità. Chi la indovina, quello è bravo. Io.... non ci riesco. Eppure lo fo abbastanza male, il Tempo. Le dirò una cosa, Amati; e senza posa. Alla mattina, io ho un moto di ripulsione quando veggo il mio giornale.”

Antonio Amati ascoltava, fattosi triste. Di là si udiva un grande scricchiolío di forbici: un ragazzino di dodici anni dava di grandi forbiciate nelle fasce, per la spedizione. Ritto sopra un seggiolone egli tagliava le striscette rosse, azzurre e gialle, che spesso volavano attorno a lui. Nella stanza del direttore si taceva: Riccardo Joanna era ricascato in uno di quei suoi torpori, quel leggiero sonno che lo abbatteva, ogni tanto, in mezzo al lavoro, in mezzo alla conversazione. Antonio Amati taceva, preso anche lui da una stanchezza, da una sonnolenza, con un bisogno prepotente di mangiare e di bere, di sdraiarsi, di fumare, di sonnecchiare. Finiva il giorno e la Via San Dalmazio era già scura. Il ragazzino entrò, con una carta fra le mani; e la mise silenziosamente innanzi a Riccardo Joanna. Costui la guardò, ma parve non la vedesse. Il fanciullo aspettava, pazientemente. Alla fine, disse, sottovoce:

‟Trentacinque e settanta.”