‟Pure gli avete reso dei servigi.”
‟Sì, ma non l'ho fatto ministro. Egli non mi perdonerà mai questo.”
‟Un grand'uomo come lui?”
‟È uno sciocco.”
‟Voi scherzate.”
‟Uno sciocco, vi dico. Ahimè, nessuno meglio di noi conosce la misura di questi grandi uomini, noi sappiamo il segreto della loro riputazione. Essa è fatta di aggettivi nostri: essa è fatta di false notizie nostre: essa è fatta di articoli nostri. Sono quindici anni che io do dell'illustre a Sua Eccellenza il principe e tutti hanno finito per crederlo illustre, sono quindici anni che quando egli parte io scrivo: — È partito Sua Eccellenza il principe per Vienna: si crede che abbia una missione presso quella Corte. — La notizia è riportata, ampliata, travisata, commentata, poi smentita. Oggi io dirò che è andato a Parigi, e che forse lo invieranno ambasciatore nostro colà. Non è vero. Ma per quindici giorni la stampa non si occuperà che di Sua Eccellenza. Sono quindici anni che io dico alla Camera, agli elettori, al pubblico che le cose non andranno bene, sino a che Sua Eccellenza non diventi ministro: e moltissimi, con me, hanno questa convinzione, soltanto perchè l'hanno letto nel Tempo. Ecco come si è fatta la riputazione di Sua Eccellenza, che è uno sciocco.”
‟E se lo facessero ministro? finirebbero le vostre pene, mi pare.”
‟No. Crederebbe che lo han fatto per premio alla sua grandezza: perchè io ho persuaso anche lui, della propria grandezza: e cercherebbe di comperare il Fulmine, che gli dà noia.”
‟Siete pessimista.”
‟Non sono niente, caro Amati. Sono vecchio e sono stanco. Vorrei esser povero, ma sconosciuto: povero, ma senza nemici: povero, ma senza le false abitudini di un falso lusso: povero, ma senza questo cancro del giornale che debbo pubblicare ogni giorno! Io invidio tutti i vecchi giubilati, tutti i vecchi ufficiali in riposo, tutti i vecchi operai pensionati: qualunque vecchiaia più umile, più poveretta, è migliore della mia!”