‟Perchè non lo ammazzate il giornale?”
‟Non posso.”
‟Perchè?”
‟È superiore alle mie forze: io mi sono battuto varie volte: io ho combattuto sui campi di battaglia, per l'Italia: io ho visto la morte, ma non ho il coraggio di ammazzare il giornale. Sono vigliacco.”
La voce era desolata: il tono era lugubre. Alla luce della stearica, la faccia di Riccardo Joanna sembrava più gialla e più floscia, le palpebre rossicce parevano sanguinanti, le tempie rade di capelli avevano riflessi di cranio dissotterrato: il vecchio giornalista pareva una rovina di uomo.
‟Eppure.... eppure,” disse timidamente Antonio Amati, ‟qualche volta il Tempo non esce.”
‟È vero, non esce. È una cosa terribile, ma non esce. Esce l'indomani, se ho quattrini. Una cosa terribile.”
‟Come potete resistere?”
‟Non so, la prima volta, sino all'ultimo momento, non ho creduto che fosse possibile: credevo nella Provvidenza, credevo che il tipografo avrebbe avuto pietà. Ma non ne ebbe, pietà. Io dicevo: — Se il Tempo non esce, io mi ammazzo. — Giravo intorno alla macchina, ferocemente, come se avessi voluto imprimerle movimento con la volontà. Essa stava immobile, taceva. I bimbi che mettono i fogli mi guardavano: io mi sentiva morire. Vennero le donne che piegano i giornali: aspettarono un poco, silenziose, ravvolte negli scialletti neri, immobili: poi, ad una ad una, se ne andarono. Erano tristi, per la giornata che perdevano. Se ne andarono anche i compositori, a uno a uno, lasciando le nere pagine composte. Il tipografo era scomparso. Ero solo, con quel giornale lì, che non andava in macchina. Soffrivo come un dannato. Uscii di lì, errai per i bastioni, come pazzo, gironzai attorno al Naviglio, per buttarmivi. Ma non ne ebbi il coraggio: pensavo a quell'agonia, come a quella di un mio figliuolo, che se ne morisse di fame ed io non potessi dargli un pezzo di pane. Ah! non sapete, non sapete che è per noi questo foglio di carta, questo foglio volante, che costa così caro, che vale così poco, che è così brutto e che noi intanto adoriamo, ciecamente, per quante delusioni e per quanti dolori ci procuri. Esso per noi ha sangue, ha palpiti, ha vita: non è carta, è carne.”
Gli tremava la voce: al suo muoversi convulso, la luce della stearica s'inclinava. Egli non vedeva più il suo interlocutore, parlava per sè stesso, per sfogare la sua irrimediabile sciagura.