‟Eppure non mi sono ammazzato. Non ho dormito, non ho mangiato, ma non sono morto. La speranza, capite, la speranza che il giornale uscisse l'indomani! Ed è uscito l'indomani. Alla seconda volta io ho sofferto quasi quanto la prima, ma non così acutamente. — I lettori, — pensavo, — crederanno che ci sia stato un guasto nella macchina. — E mi consolavo così, mi consolavo pensando che l'indomani sarebbe uscito. Che volete? Ci s'incallisce anche al dolore! Una volta è stato quattro giorni senza uscire: una cosa inaudita. Io non osavo andare in nessun caffè, in nessuna trattoria, fuggivo amici e nemici, dalla mia stanzetta scrivevo lettere a tutti quelli che potevano aiutarmi, bevevo della birra per istupidirmi. Ora.... mi sono abituato anche a questo. Non lo nego: ho un colpo quando questo giornale non esce, ma non più l'anima mia vibra. E certo, vedete, questa indifferenza, questa rassegnazione sono una vigliaccheria, una vergogna, una dedizione della vecchiaia e dell'impotenza!”

Antonio Amati ascoltava, vibrante di emozione, trasalendo a certe frasi più brutali, non interrompendo, sentendo che non doveva interrompere.

‟Sapete quale è la parola del giornalista, voi?” chiese a un tratto Riccardo Joanna.

‟No: io la ignoro.”

‟La parola del giornalista è: Domani. — Domani, per lui, rappresenta tutto: il Fato benevolo, il Caso favorevole, la Fortuna insperata, la Provvidenza che manda il sole sulle terre coperte di neve. Domani, domani, la dilazione, la eterna dilazione, per cui la vita si complica nelle sue cose più semplici, per cui la esistenza diventa una eterna cambiale, sempre scaduta, sempre rimessa al giorno seguente. Domani, per consolare una povera donna che è ammalata: e la povera donna muore, senza consolazioni. Domani, per comperare un vestitino al bimbo: e il bimbo resta senza vestito. Domani, per scrivere a un vecchio parente, che forse vi farà ereditare: e il vecchio parente vi disereda. Domani, per andar a cercare un uomo di affari: l'uomo di affari parte, la occasione sfugge. Non avete sentito, che ho risposto ai miei creditori tutti? Da quello che deve avere ottomila lire a quello che ne deve avere otto? Domani, ho loro risposto, a tutti. Come potrò dar loro qualche cosa, domani? Che accadrà? Chissà! Forse nulla. Ed essi ritorneranno, i creditori, domani, puntualmente, speranzosi e quindi più premurosi, delusi e quindi più accaniti, verranno tutti, ne verranno degli altri, a cui è stata passata la voce, sarà una processione. Che dirò loro? Non lo so. Dirò loro di ritornare il giorno seguente. Così, vergognosamente, sino alla morte. Per questa parola domani, io mi sono perduto.”

Tacque. Riandava sul passato.

‟Era un gran giornale il Tempo. Ebbe una fortuna insperata, immeritata, forse. Saliva, saliva, che era una vertigine. Perchè? Non era nè più brutto, nè più bello degli altri: ma trovò il suo momento. Io andava, andava, per impulsione magnetica, passando di buona fortuna, in buona fortuna: non avevo scrupoli, non mi importava nulla di quanto non riguardava il giornale, non vedevo se non l'affare da farsi, la vendita che cresceva. Ebbi la fortuna di stare tre anni all'opposizione, fierissimamente: quando il mio partito trionfò, me ne staccai, sentendo che era dannoso appartenere ai trionfatori. Volli essere indipendente. Sapete che significa questo vocabolo? Appartenere a chi meglio vi conviene, per un momento: e poi rompergli fede, e passare all'avversario. Si ha l'aria di esser liberi, di esser giusti: molti vi temono, nessuno osa lagnarsi, e si fanno i propri affari magnificamente. Sapete a che tiratura è asceso il Tempo? A centomila copie! Tiratura favolosa in Italia, una fortuna che nessuno ha avuto più. Sapete? In quel giorno che il Tempo ha toccato le centomila copie, vi è stato qualcuno che me ne ha offerto mezzo milione. Ho rifiutato. Ho detto: Domani. L'indomani, la tiratura era discesa. Poi è discesa sempre, senza causa apparente, senza ragione, per le stesse cause forse per cui era salita, o perchè era finita la sua fortuna. Potevo aver mezzo milione. Ho detto, superbamente: Domani. Eccomi qua....”

‟Ma non avete lottato?”

‟Ho lottato. Ma per certe battaglie ci vuole il coraggio e la flessibilità dei giovani; ci vuole la fede nel talento, che nel giornalismo si perde; ci vuole la sensibilità che nel giornalismo si smarrisce. A che scopo, poi? Ho lottato, lotto ancora come un disperato, ma sono vecchio.”

‟Perchè non ammazzate il Tempo?”