‟Sì: e dopo? Come vivo? come faccio? dove vado a naufragare? Quando avete in corpo trentacinque anni di giornalismo, non sapete, non potete fare più niente: e quando il giornale è morto, nessuno vi prende più, tutti vi respingono, tutti vi voltano le spalle. Il giornale, capite, è un pretesto per non mendicare. O piuttosto, m'inganno: è un pretesto per poter mendicare, senza che le guardie vi arrestino, per improba mendicità.”

‟Che dite!”

‟Dico questo, giovanotto. Dico che se oggi voi non foste venuto, io non avrei potuto dare cento lire al mio cartaio, ventisei lire alla mia lavandaia. Vi ho fatto impegnare l'orologio, e non vi conoscevo, stamane! Vi ho fatto firmare una obbligazione, per domani: e domani, se non pagate, vi possono citare e trascinarvi in tribunale. Vi ho invitato a pranzo, e ho pagato coi denari del vostro orologio. Oggi vi ho levato tutto: e vi rammentate? Non vi ho ringraziato neppure, tanto mi sembrava naturale il mio accattonaggio e naturale il vostro sacrificio. Domani, quando non avrete più denari, io passerò avanti, poichè voi mi avete già fatto l'elemosina, io cercherò un altro che me la faccia, fino a che non l'abbia trovato! E sarà così ogni giorno! Ogni giorno, così, sino a che io non muoia, di questa malattia di cuore: e se è breve, morirò nella via, o in tipografia, o sulla mia scrivania, con la faccia nel calamaio, con la mano sulla penna: e se è lunga, mi porteranno all'ospedale. Qualche amico verrà; forse faranno una sottoscrizione per me, ancora l'elemosina; sulla mia morte, all'ospedale, faranno una colonna di elegia. Così finirà.”

Bruciava la carta della stearica, allegramente, con una vampata: poi la fiamma si abbassò, ondulò un poco, si spense. I due restarono all'oscuro.

‟Non ho altra candela,” disse con voce fievole Riccardo Joanna.

‟Non importa, non importa,” fece l'altro, quasi singhiozzando.

Joanna si alzò e aprì le imposte: un po' di luce venne dalla strada. Fissandosi bene, nell'ombra, si vedevano. Il vecchio era curvo, disfatto, come crollato: e il giovane non alzava il capo.

‟Questa è la catastrofe,” riprese fievolmente Riccardo Joanna, come se si svegliasse dalla febbre. ‟Non già la bella catastrofe, violenta, grande, una tempesta che tutto abbatte, un buon colpo di spada attraverso il polmone, una buona palla di pistola dentro il cranio, la morte dei forti infelici: la morte che attira l'ammirazione, e dà un'aureola di grandezza. No. La catastrofe piccola, minuta, volgare, quotidiana: oggi se ne va uno scrupolo, domani si abbandona una fierezza, l'altro giorno si sacrifica un sentimento, quest'altro giorno si dice addio a una fede. Il pudore si sgretola, l'amor proprio si annulla. Si soffre assai, prima: poi, viene l'atonia della coscienza, quell'orribile stato, in cui si è perduta la misura del possibile e dell'impossibile, la misura del giusto, l'atonia della coscienza in cui ogni concetto della realtà è finito, in cui si può far tutto, capite, far tutto! È la catastrofe ignobile, indegna di uomini, indegna di cristiani, la catastrofe che non finisce mai, che non ammazza, che fa agonizzare, e che non uccide, che fa ribrezzo, e non fa pietà. Non vi è lume, per vedermi, perchè io sono un disgraziato accattone, senza pudore e senza coscienza; ma voi sentite la mia voce, intendete la mia parola, voi, giovanotto! Non vi è catastrofe bella, nobile, decisiva! Io non ho neppure il coraggio di morire! Io sono un vile! Io mi fo ribrezzo!”

‟Calmatevi, calmatevi,” fece Antonio Amati.

‟Promettetemi che non farete il giornalista.”