Si chinò per baciare il figliuolo sulla guancia, ma il bimbo non potette più rattenersi, le lagrime gli gonfiarono gli occhi, egli si attaccò al collo del padre, dicendo fra i singhiozzi:
‟Oh papà mio.... oh papà mio bello!...”
‟Per carità, non piangere, mi fai disperare,” e cercava di calmarlo, lo carezzava, dava delle occhiate di paura verso la porta.
‟Ti possono, udire, per carità, Riccardo!”
Il fanciullo cercava di trattenersi, ma non poteva, i singulti lo soffocavano. Il padre se lo tolse in collo, e non sapendo dove andare, lo portò in cucina, chiuse la porta.
‟Ma che hai, che hai?” gli andava ripetendo.
‟Oh papà, non mandarmi più.... il signor cavaliere mi fa soggezione.... mi fa paura.... non mandarmi più....”
‟Non ti mando più, non dubitare. Che ti ha detto?”
‟Ha detto, leggendo la lettera: solite fandonie...”
‟Imbecille! E poi?”