‟Ora papà tuo ti manda a comperare qualche cosa che ti piaccia. Vuoi il fernet?”

‟È amaro.”

‟Vuoi il wermouth?”

‟Sì, ma col seltz, papà.”

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Nella tipografia il rombo della macchina era finito. Tutta l'edizione di provincia era stata tirata: in un camerotto di legno, sotto la vampetta di un lume a gas, Paolo Joanna e Dolfin scrivevano le ultime informazioni e le ultime notizie di cronaca per l'edizione di Napoli che doveva uscire fra un'ora. I due redattori erano in maniche di camicia: in quel camerotto si affogava — e non parlavano, scrivevano rapidamente, presi dall'ansietà di quella ultima ora. Riccardo gironzava per la tipografia, come una piccola ombra, fra i larghi tavoloni e gli scaffali della composizione: sopra certe casse, dove non si lavorava più, il gas era abbassato: solo tre tipografi componevano gli ultimi pezzi del giornale; Peppino si ergeva sopra uno sgabello, essendo ancora troppo piccolo per arrivare alle cassette dei caratteri; il proto, tutto attento, si curvava sopra un ampio tavolone coperto di marmo macchiato di inchiostro, umidiccio di un'acqua sporca, e con certe sue pinzette cavava certe lettere dalla pagina composta, tutta nera. Riccardo gironzava, ma sapeva che non doveva parlare ai tipografi, massime in quella fervida ora di lavoro: e dopo un poco, se ne andò in un camerotto di legno, simile a quello dove lavoravano suo padre e Dolfin. Attorno a una larga tavola, sedute sopra certi alti seggioloni, stavano le tre piegatrici dei giornali: e innanzi a ognuna di loro, un fascio di giornali aperti si elevava. Rapidamente, senza smettere di parlare, senza guardare, esse piegavano il giornale in due, poi in quattro, poi in otto, poi in sedici: agilissime volavano le dita, l'unghia del pollice passava sulla piega per fissarla meglio, i giornali piegati si elevavano in mucchi.

Maria lavorava lentamente: era la giovane moglie di un cocchiere, bellina, dall'aria signorile, convalescente ancora di un tifo che le aveva minacciato per più giorni la vita, coi capelli corti e ricciuti e la naturale indolenza dei convalescenti: Raffaela chiacchierava, canticchiava, lavorava come se avesse una grande fretta, i suoi quattro figliuoli l'aspettavano a casa per mangiare, era vedova da due anni, suo marito era un fontaniere, era morto in un pozzo improvvisamente inondato: la più silenziosa era Concetta, una sciancata, una povera giovane dal volto lungo e pallido, dal vestito di percalla nero, dal fazzoletto di cotone bianco al collo, una monacella, così la chiamavano le sue due compagne. Riccardo si metteva accanto a lei, a vederla piegare con le lunghe dita scarne, muta, fingente non udire le storielle di amore che le raccontavano le sue compagne, per scandalizzarla un poco. Maria, specialmente, diceva quella sera di un signore che la seguiva sempre, quand'ella usciva dalla tipografia, un signore con orologio e catena, col tubbo e con un brillante grosso grosso al dito mignolo: un brutto signore, del resto, che se Totonno, suo marito, si accorgeva di tale cosa, correvano le coltellate — e ne parlava con un brivido voluttuoso di spavento, con quel desiderio e quella paura mistica del sangue che hanno le Napoletane in fondo all'anima. Raffaela, per scherzare, accusava Concetta di avere un innamorato e quella non rispondeva, piegava più rapidamente i giornali. Sì, sì, aveva un innamorato, la monachina, era don Domenico, il vecchietto gobbo e bianco, un bel matrimonio, il gobbettino e la monacella zoppa. Ella quasi piangeva, col naso che le si faceva rosso e con le labbra che si protendevano per lo scoppio delle lagrime.

‟Non te ne incaricare, Concetta, lasciale dire,” l'ammonì Riccardo, per consolarla.

Il bambino si arrampicò sulla sedia di Maria per toccarle i capelli.

‟Se mo' avessi ancora Pascaluccio mio, sarebbe come voi, signorì,” disse quella, immalinconendosi al pensiero del suo bimbo morto.