‟Ringrazia la Madonna che se l'ha preso,” gridò Raffaela, ‟oh quanto pane mangiano le creature!”
‟A me il pane non mi piace,” osservò Riccardo.
‟Voi siete un signore, è un'altra cosa.”
Le piegatrici avevano finito, si guardavano le mani già tutte nere d'inchiostro, si mettevano gli scialli, Concetta si annodava un fazzoletto sotto il mento.
‟T'aspetta don Domenico?” le disse, per burla, Raffaela.
Le tre piegatrici se ne andarono, attraversando la tipografia, ridendo a qualche motteggio dei tipografi, Maria con la sua fiacchezza di malatina debole, Raffaela dicendo qualche paroletta vivace. E dopo un poco il rombo della macchina ricominciò. Riccardo si era ritirato in un angolo lontano, ma non toglieva gli occhi di dosso alla macchina. Sempre quel grande congegno nero, a ruote che s'ingranavano l'una nell'altra, a rulli neri e lucidi che andavano e venivano, con quel cilindro che si arrotolava sulle pagine, con quei telai semoventi, con quel fischio sottile dei fogli che scivolavano, quasi afferrati e divorati da quell'ingranaggio, quel macchinone rombante sempre lo meravigliava. Quando era al riposo, Riccardo vi si accostava, timidamente, toccava con la punta del ditino una ruota, poi si ritraeva, girava attorno alla macchina con una curiosità ansiosa; ma quando la macchina si metteva in moto, un timore, un rispetto lo faceva rinculare lontano. E nello stesso tempo egli invidiava Peppino, il ragazzo, e Ciccillo un altro ragazzo, che sedevano in cima ai due piani inclinati, sicuri, tranquilli, facendo scivolare i fogli di carta dentro la macchina, con un atto disinvolto, di operai avvezzi. Non tremavano essi, lassù, mentre la macchina si moveva tutta, con un rombo forte, sotto di loro; essi parevano due domatori della macchina, due trionfatori, due piccoli re. Riccardo li invidiava.
A Riccardo la macchina pareva una cosa grande e misteriosa. Quando si trovava innanzi a essa, vedendola inghiottire di mano in mano i fogli bianchi e subito buttarli fuori stampati, con gli articoli, con le notizie, coi telegrammi, gli sembrava che essa sola facesse il giornale: il fanciullo dimenticava il lavorío faticoso di suo padre, di Dolfin, degli altri redattori, a cui assisteva ogni giorno, dimenticava il lavorío quotidiano, paziente dei tipografi che componevano il giornale linea per linea. Per Riccardo la macchina pensava e sapeva, scriveva e correggeva, componeva, faceva tutto, sapeva far tutto: quell'organismo ignoto, ma forte e potente, creava ogni giorno il giornale, lo cacciava dalle sue viscere nere, con un movimento preciso e inflessibile di generazione. Tutto l'agitarsi minuscolo di tante persone, scrittori, fattorini, compositori, stampatori, correttori spariva dinanzi a quel largo movimento di creazione della macchina, stridente, rombante, mugolante. Riccardo, assorbito, contemplava il grande congegno, tenendo la bocca un po' schiusa, le manine inerti lungo le gambe: invidiava Peppino e Ciccillo, i due ragazzi della macchina, ma non avrebbe mai osato di salire lassù. Ogni tanto, quando parlava con suo padre, gli diceva:
‟La macchina, papà....”
E diceva queste tre sole parole lentamente, con un accento profondo, staccando le sillabe, dando alla frase come un senso sacro. Una notte, il padre lo aveva condotto in tipografia, dopo il teatro: Paolo Joanna aveva bisogno di dire qualche cosa al proto: i tipografi della notte lavoravano, ma la macchina stava ferma: sopra certe ruote erano buttati degli strofinacci unti di olio, una gran tela nera quasi quasi la ricopriva.... ed essa s'immergeva nella penombra.
‟Che fa la macchina?” aveva chiesto sottovoce il bambino.