‟Dorme,” aveva risposto distrattamente il padre.

‟La macchina dorme,” ripeteva pian piano Riccardo, come se non volesse svegliarla, ‟la macchina si riposa.”

Gli pareva quasi una gran cosa umana, come un congegno che avesse l'anima. A un tratto il gas intorno alla macchina fu alzato, la tela fu portata via, i cenci unti furono buttati in un cantuccio e con un rombo prima sordo, poi fragoroso la macchina, svegliata, viva, cominciò a buttar fuori le copie del giornale La Patria che usciva al mattino. Riccardo era rimasto compreso di meraviglia; e da quella notte, ogni tanto, pensava fra sè:

— La macchina non riposa mai. —

Sulla porta del suo camerotto, ancora in maniche di camicia, con un mozzicone nero di sigaro spento fra le labbra, Paolo Joanna aspettava. Gli toccava restare in tipografia sino a che la tiratura fosse finita: nel caso che venisse qualche notizia importante da Torino o da Napoli stesso, bisognava inserirla, fare una seconda edizione. Aveva sul volto l'ansietà, l'impazienza di quella ultima ora: era quell'esaltamento finale di un lungo lavoro della mente, quella piccola febbre che soffre il giornalista al termine della sua fatica quotidiana, l'occhio un po' stralunato, le labbra un po' secche, le mani un po' calde, tutti i nervi tesi.

‟Riccardo, levati di là,” disse da lontano Paolo.

‟Perchè, papà?”

‟Perchè ci fa caldo e ti puoi far male.”

‟Non fa caldo, papà, e non mi posso far male.”

‟Riccardo, non discutere, levati di là.”