Il figliuolo guardò bene il padre e gli scorse la brutta faccia nervosa delle ore cattive: non rispose più nulla e lentamente girò intorno alla grande macchina che egli amava, passò attraverso le casse della composizione e si andò a sedere sopra una panchetta di legno, presso la porta a vetri della tipografia: ivi un po' di fresco veniva. Poi, attratto dallo spettacolo di fuori, Riccardo accostò la faccia ai vetri. Fuori la porta, a tre passi di distanza, una trentina di monelli stazionavano, aspettando: vi erano dei bimbi di sei anni e degli adolescenti di quattordici: due o tre vestiti decentemente, tutti gli altri laceri, cenciosi: alcuni scalzi: qualcuno con un cappelletto sfondato, qualcuno con un berretto stracciato, gli altri col capo nudo. Si affollavano innanzi alla tipografia, urtandosi, spingendosi per farsi avanti, buttandosi in terra, dandosi degli scappellotti, piangendo, ridendo, bestemmiando: ma Capozzi, un giovanottone, stava piantato innanzi alla tipografia e non li lasciava entrare. Capozzi era il loro capo, il loro comandante, il loro signore: Capozzi era il loro ingaggiatore, era quello che distribuiva i giornali, era il tiranno temuto e venerato. Stava sulla porta, col cappello abbassato sopra un orecchio, con la mazza d'India del guappo, con un'aria di autorità che pochi ribelli osavano affrontare. E come litigavano fra loro, si acchiappavano pel collo, egli con una parola, con un rovescio di mano li divideva.

‟O moccosiello, sta fermo, se no ti mando via senza giornali!”

Bellu guaglione, figlio di buon cristiano, lo vuoi un calcio?”

‟Che credi che non ti vedo, Sciurillo? Adesso ti pigli quattro schiaffi!”

Caporaluccio, questa sera ti metto a mezza razione!”

In tutto quel chiasso di monelli impazienti che solo la voce di Capozzi arrivava ogni tanto a sedare, fra gli strilli, le canzoncine e i fischi, solo due di essi stavan quieti, appoggiati al muro. Erano un maschio e una femmina: fra gli otto e i dieci anni, fratello e sorella, si rassomigliavano tanto che parevano gemelli. La femmina, la sorellina, aveva un visetto scarno, dagli occhi vivissimi, con un treccione di capelli castagni mezzo disfatto sul collo: e sul vestitino di percallo scuro un grembiule di merinos, un fazzolettino di cotone al collo. Così il fratelluccio, anch'esso magro e pallidino, con l'aria un po' femminile.

Senza parlare, mangiavano del pane e delle prugne gialline, piccoline, quelle che si vendono a sei un soldo: le prugne stavano nel grembiule della sorellina che le passava al fratello, invitandolo con gli occhi. Quando le prugne furono finite, la sorellina scosse il grembiule: il fratelluccio mangiava ancora il suo pane, guardandolo dopo ogni morso che vi dava. Ma allora i clamori cessarono: la distribuzione cominciava. Capozzi, assistito da un suo aiutante, Salvatore Decrescenzo, detto Totore, dava a chi cento, a chi cinquanta, a chi duecento copie di giornali. Le mani si tendevano, i monelli si urtavano: ma Capozzi era flemmatico, non perdeva la testa, faceva l'appello come pei soldati.

‟Dove sta Gennarino Mennella?”

‟Sto qua.”

‟Sebastiano Loiodice?”