‟Eccomi, don Giovannì.”
‟Margherita Santaniello?”
La ragazzina era lì, con le mani tese.
‟Cento a te, cento a tuo fratello.”
Ora, come la distribuzione finiva, i monelli battevano i piedi per l'impazienza. Tenevano il fascio dei giornali per un capo, spiegati innanzi come un tovagliolo, e stavano già quasi col corpo proteso, per fuggire. Ma Capozzi, quasi scherzando con la loro furia, li tratteneva ancora. Essi aspettavano da lui la parola d'ordine, la frase che dovevano gridare, per vendere meglio i giornali. E solennemente, in napoletano, Capozzi la pronunziò:
‟I' mazzate d'i' Cammere.”
E con un cenno olimpico della sua canna d'India licenziò i monelli. Fu una fuga come la partenza di una freccia: fuga muta, ansiosa. A venti passi una vocina sottile di fanciulla diede il primo grido:
‟I' mazzate d'i' Cammere, vulit'u Temp!”
E il fratellino subito la ripetette, gli altri monelli la ripetettero su tutti i toni, ogni momento, correndo, correndo, gridando, diffondendosi dappertutto, pei vicoli e per le grandi strade, ai cantoni e sulle piazze, dovunque arrivava il galoppo di quei monelli, dovunque si ripercoteva l'eco di quelle vocette stridule o sonore.
..........