Riccardo si era annodato dietro la nuca, con molta disinvoltura, il tovagliolo bianco, per non sporcare il suo bel vestito nuovo. Seduto di fronte a suo padre, a una tavola della elegante trattoria Caffè di Europa, il piccolino non dimostrava nessuna impazienza, aspettava il pranzo con la serietà di un grande che non dà in escandescenze in pubblico.
‟Hai fame?” domandò il padre, offrendogli le sardine di Nantes dell'antipasto.
‟Abbastanza, ma non voglio sardine,” rispose Riccardo, con la cera disillusa del vecchio frequentatore di trattorie.
E aspettava, con un gran contegno indifferente, guardando ora un grasso signore, un agente di cambio che mangiava dei vermicelli al pomodoro, ora una donnina dal vestito di merletto nero, dal largo cappello piumato di nero, dagli orecchini di brillanti simili a rosette, che tutta sola, a un tavolino, sorbiva del brodo, agitando le mani bianche cariche di gemme. Riccardo non parlava, e suo padre era felice di non parlare. Una grande stanchezza si delineava sulla faccia di Paolo Joanna. Paolo in quell'ora, sotto la luce cruda del gas, innanzi al grande candore della tovaglia, al luccichío dei bicchieri, allo scintillío delle posate, pareva molto più vecchio. La tensione dei nervi era calmata, tutti i muscoli della faccia si erano rilasciati in un riposo: egli era pallido, quasi scialbo, con l'occhio spento e il labbro inerte. Era quello il grande accasciamento serotino, l'abbattimento di tutte le forze spirituali che pare il principio quotidiano dell'ebetismo, quello stato di silenzio, di aridità, di nichilismo che fa simile, ogni sera, il giornalista al contadino che si siede alla mensa dopo aver zappato, tutto il giorno, sotto il sole o sotto la pioggia: come il contadino ha in quell'ora il solo, quasi animale desiderio del cibo, il desiderio della sua copiosa minestra di patate o di barbabietola, così il giornalista, così Paolo Joanna, in quell'ora è fatto indifferente ad ogni altro desiderio che non sia quello del pranzo. In quell'ora la fantasia di Paolo Joanna, tolta al continuo rimuginare di nuove e vecchie forme giornalistiche, tolta a quel fittizio esaltamento che fa sembrare fresche e belle idee, immagini da lungo tempo classificate; smontata, come usa dire nel vocabolario giornalistico, questa fantasia secca e inerte come un sughero, non sapeva sognare altro che le voluttà del cibo. Paolo Joanna e suo figlio Riccardo in questo si eran trovati d'accordo nel volere il pranzo a prezzo fisso, a cinque franchi, incluso il vino. Il pranzo da ordinarsi dà minori voluttà agli stomachi corrotti, non vi è la varietà, non vi è il piacere acuto della sorpresa: il pranzo a prezzo fisso, composto di cinque o sei pietanzine, variato, ignoto, soddisfa, solletica, è tutto un lungo piacere dell'immaginazione e dello stomaco.
‟Chissà che ci daranno!” aveva detto Paolo Joanna, divorando, uno ad uno, i ravanelli rossi e bianchi dell'antipasto.
‟Chissà,” aveva risposto Riccardo, posando delicatamente le dita sull'orlo della tavola, per scherzare con la forchetta.
‟Il brodo, di sicuro,” aveva proseguito a dire, macchinalmente, il padre.
‟Il brodo, naturalmente.”
‟Sì: ma che ci sarà dentro?”
E Paolo Joanna levò gli occhi al soffitto in aria di grave interrogazione, come se rivolgesse una domanda al cielo. Un sottile odore di costoletta alla milanese, nuotante nel burro, veniva a tratti dalla cucina: l'agente di cambio spremeva un mezzo limone sopra una triglia fritta, la donnina versava della salsa di maionese sopra un pezzetto di ragusta.