‟Forse ci saranno le costolette alla Villeroy,” mormorò il bambino.
‟Forse,” rispose il padre.
Intanto il cameriere, Peppino, con un'aria di falso signore nella sua marsina, con una disinvoltura di giovanotto che sa vivere, aveva versato nelle scodelle la zuppa per Paolo e per Riccardo. Una glutine bionda si agitava nel brodo: padre e figlio la sorbivano in silenzio, tutti raccolti, con una devozione di gente pia.
‟Sarà tapioca,” disse, dopo un poco, Paolo.
‟No: è sagou,” rispose Riccardo.
‟A me sembra tapioca.”
‟Ti assicuro, papà: è sagou, io lo so, ce l'hanno dato un'altra volta.”
Riccardo, a furia di girare per le trattorie, aveva imparata tutta la convenzionale nomenclatura delle pietanze: egli si rammentava tutti quei nomi benissimo, e quando gli presentavano una pietanza sconosciuta, egli chiamava il cameriere e se ne faceva dire il nome. Per lui non avevano più segreti il bue alla finanziera, le scaloppine al Madera, i vol-au-vents, la zuppa alla Julienne e la Charlotte di frutti. Quelle venti pietanze che si dànno nelle trattorie, che cambiano salsa, cambiano nome, ma sono sempre le medesime; quei venti intrugli fatti di carne pesta, di grosso burro milanese, di mollica di pane, di salse dolci o piccanti, di pesce passato, Riccardo li conosceva bene, e il suo piccolo palato di fanciullo viziato li adorava. Era un buon fanciullo che finiva per rassegnarsi a tutto: e quando dovevano pranzare a casa, per economia, egli fingeva di trovar buono il fitto brodo grasso che faceva Marianna Rosanía, lo stufatino nero per essere stato troppo soffritto, o i maccheroni carichi di un sugo pieno di pepe. Ma quel pranzo casalingo, nella loro stanza, con le forchette appannate e i piatti incrinati, gli sembrava una miseria suprema: gli venivano le lagrime agli occhi e le buttava indietro coi bocconi.
‟Almeno sapete quello che mangiate,” borbottava Marianna, la buona donna che vedeva scontenti il padre e il figliuolo.
‟È vero, è vero,” diceva Paolo, chinando la testa a quella voce saggia e ammonitrice.