Ma erano tristi, Riccardo come Paolo, tristi di non essere in quella stanza della trattoria, dalle pareti stuccate di bianco, dagli specchi incorniciati di oro, dai divani di velluto rosso, dal caminetto di marmo bigio; tristi di non avere quella bella e dura luce del gas, quel mazzo di fiori nel vaso di porcellana, per lo più formato da dalie multicolori; tristi di non esser serviti da Peppino, il cameriere in marsina, dalla camicia sgargiante e dalle guance azzurrognole, rase di fresco; tristi appunto perchè sapevano quello che mangiavano, la carne di vaccina, dura e tigliosa, il formaggio di Cotrone, bianco come la calce e piccantissimo.
‟La carne della trattoria è morbida, perchè è fradicia,” borbottava ancora Marianna, che voleva convertire quel padre e quel figliuolo impenitenti. ‟È tutto un pasticcio.”
Ma giusto quei pasticci piacevano ai due Joanna, quelle falsità, quel baccalà che fingeva di essere storione, quelle uova di tonno che fingevano di essere caviale, quelle creste di gallina che parevano funghi freschi, quelle costolette dall'osso posticcio. Quella incertezza, quel dubbio, quell'inganno li divertiva, li lusingava.
‟Che pesce è questo?” domandò Paolo, tirando la sua parte da un grosso pesce bianchissimo.
‟Non so, papà,” rispose il figliuolo, mettendo sul pesce, invece della salsa, una quantità di olio e di limone.
E quando Peppino venne a portar loro il pezzo grosso, sette od otto ostie sottili di carne rosea arrostita, con un contorno multicolore e artistico di carote, pastinache, cocozzelli, fagioletti freschi e fagiolini ancora verdi, tutti commossi e soddisfatti innanzi a questa tavolozza ingegnosa del cuoco, non chiesero neppure al cameriere che fosse il pesce. Di nuovo, mangiavano in silenzio, Riccardo rosicchiando i suoi grissini, Paolo divorando la carne che doveva rinnovare le sue forze cerebrali e tenerlo pronto al lavoro dell'indomani: sulla sua faccia una novella serenità andava discacciando la stanchezza, l'accasciamento: il viso scialbo si coloriva leggermente sotto l'influenza riparatrice del cibo e del vino. Paolo cominciò a guardare intorno con interesse, con benevolenza, come l'uomo soddisfatto che prende in considerazione il mondo esterno e comincia a non trovarlo molto cattivo. In questo il signor cavaliere, il proprietario del Tempo, entrò e si diresse verso l'agente di cambio che si alzò subito, premurosamente, e con cui intavolò un fitto colloquio, a bassa voce. Il signor cavaliere non aveva più quella sua aria di bonzo, di grasso idolo indifferente dall'occhio bigio e falso: invece pareva un piccoletto grasso e bonario, che ha ben mangiato, che è felice e che farebbe il possibile per la felicità altrui. Era in soprabito chiuso e si asciugava il sudore della fronte con un fazzoletto di battista, tutto profumato di verbena, un profumo dolcissimo: un brillante scintillava alla mano pienotta e bianca, la mano del capitalista contento e quieto. Riccardo quando aveva visto entrare il signor cavaliere, era rimasto interdetto, come confuso, e aveva levato gli occhi in faccia a suo padre, come interrogandolo: ma Paolo aveva conservato la sua serenità e la sua disinvoltura, aveva fatto un cenno con gli occhi al suo bimbo, quasi per rassicurarlo, come per dirgli: continua a pranzare e non curarti d'altro. Il signor cavaliere ascoltava i vivi discorsi dell'agente di cambio, tenendo chini gli occhi, facendo girare e rigirare il suo anello intorno al suo dito mignolo, e sorrideva. Completamente rassicurato sul conto del suo spauracchio, Riccardo gustava lentamente i piselli del piatto di mezzo, mentre Paolo si distendeva un po' sulla sua sedia, stirando la sottoveste bianca, passandosi due dita nel goletto per allargarlo. Il signor cavaliere si divise dall'agente di cambio, si strinsero la mano, guardandosi, come se convenissero di un patto: il piccoletto bonario si fermò amabilmente, ma senza sedersi, presso il tavolino dove la donnina vestita di nero e ingioiellata sbucciava lentamente una pesca.
‟Come va?”
‟Va bene,” rispose quella, con una voce un po' roca, versandosi dell'acqua di Seltz nel vino di Bordeaux.
‟Non si parte?”
‟Presto, per Livorno: venite anche voi?”