‟Ci conto dunque,” disse il proprietario del giornale, ridendo e andandosene.

Il padre e il figliuolo si guardarono con gli occhi lucenti.

‟Non è mica cattivo il signor cavaliere,” osservò Riccardo, sorbendo il suo punch alla romana, un sorbetto biancastro, nel bicchiere, che spezzava in due il pranzo ed era lo chic, l'orgoglio di quel pranzo a prezzo fisso.

‟Ma che! è bonissimo, eppoi è un uomo che sa apprezzare, capisci. Questo vale molto, nel lavoro.”

‟Ha molti quattrini, papà?”

‟Moltissimi: è un riccone,” rispose Paolo Joanna, tutto vanaglorioso, come fosse lui a esser così ricco.

‟Chi glieli ha dati?”

‟Il Tempo, perbacco! Avere un giornale è una gran cosa, figlio mio: ci si arricchisce come nulla.”

E a malgrado la precocità del bambino, a malgrado la quotidiana, dolorosa esperienza del padre, nessuno dei due pensò o disse della propria decente miseria, di quello stento giornaliero a cui non vi era via di scampo. Padre e figlio, verso la fine di quel pranzo, vedevano la vita gradevolmente: era con un contegno di piccolo principe, di fanciulletto ricco e vizioso che Riccardo rifiutava l'insalata russa che accompagnava due quaglie arrosto, le ultime quaglie della stagione: era una smorfia di piccolo principe scontento quella di Riccardo al cospetto della bavarese gialla e tremolante, un dolce che non gli piaceva. Peppino ne era umiliato. Padre e figlio, guardandosi con una vaga espressione di beatitudine negli occhi, con un lento sorriso di soddisfazione sulle labbra, dopo aver ben pranzato, sembravano ed erano due persone soddisfatte dell'esistenza. Un amico entrò, un uomo dalla prolissa barba nera, vestito meschinamente: capitava sempre al Caffè di Europa all'ora del pranzo, ma avendo già pranzato in qualche oscura osteria da studenti, nei vicoli di Toledo, e non prendeva nulla, dava del tu a tutti i camerieri, come un frequentatore assiduo: usciva poi di là, con qualcuno che vi trovava, come se avessero pranzato insieme, ridendo e chiacchierando ad alta voce. Così la gente che lo vedeva, supponeva che egli fosse un gaudente della terra: e lui aveva occasione di poter dire, discorrendo, altrove, con una certa bonomia di signore: iersera, pranzando al Caffè di Europa....

‟Ciao, Joanna.”