‟Ciao, caro: pranzi?”

‟No, ho pranzato, figurati, un invito noioso, una specie di banchetto.”

‟Prendi un caffè, allora?”

‟Preferisco un cognac, mi hanno dato della chartreuse orribile in questo banchetto. Senti, ero venuto per raccomandarti quel libro di mio cognato, mi hai promesso un articolo da tanto tempo.”

‟Lo farò, lo farò.”

‟Sai, mio cognato ci tiene, ci tiene assai. Voi altri giornalisti, quanto vi fate pregare! Debbo diventare giornalista anche io; che vuoi, è una carriera piena di soddisfazione; io t'invidio, Joanna.”

‟Peuh! Peuh! non c'è male, ha i suoi vantaggi....”

‟Altro che vantaggi. Voi potete tutto, voi create tutto: la fama e il disonore, la fortuna politica e la fortuna finanziaria, voi lanciate una prima donna, una commedia, una nuova bibita, una nuova invenzione, voi fate cadere il Ministero,” e si buttò in gola il bicchierino di cognac, dopo avere spifferato la convenzionale tiritera che tutti gli sciocchi ripetono.

‟Come si fa a diventar giornalisti?” soggiunse poi.

‟Bisogna nascerci,” disse, con una certa importanza, Paolo.