‟Io lascerò lo studio del mio avvocato, egli assorbisce tutto, non mi dà un affare: io mi slancerò nella stampa, mi ci sento la vocazione. Intanto fammi l'articolo pel cognato.”

‟Te lo farò.”

‟Te lo dimentichi? Eccolo, lo dirò al bambino, a questo bel bambino. Ricordateglielo voi, caruccio mio, che egli deve fare un articolo al cav. Leutari, sul libro La nave nel diritto internazionale.”

‟Non dubitate, signore, glielo ricorderò.”

L'avvocato senza cause andò via, passando dalla scaletta interna, per farsi vedere agli avventori delle sale terrene. Paolo e Riccardo avevano deciso di andar a prendere il caffè al Gran Caffè, dieci passi più innanzi, dirimpetto al palazzo reale; e Paolo pagò il conto, dieci lire e ottanta centesimi, cinquanta centesimi per Peppino che era un cameriere troppo signore per lasciargli meno, e trenta pel cognac. A quell'ora flutti di gente attraversavano Piazza San Ferdinando, salivano e scendevano per Toledo: Paolo teneva per mano Riccardo. Un giovane bruno, con gli occhiali, dal profilo stranamente somigliante a un gallinaccio, passando, strinse la mano a Joanna e gli disse:

‟Bravo, mi congratulo tanto pel vostro capocronaca.”

Nelle sale interne del Gran Caffè faceva troppo caldo, padre e figlio sedettero fuori, sulla strada, dove si allungava una fila di tavolini, circondati da persone che bevevano il caffè o sorbivano un gelato.

‟Vuoi il gelato, Riccardo?”

‟No, papà, voglio il caffè.”

‟Portami anche dei trabucos,” ordinò Paolo Joanna al cameriere.