Il commendatore si allontanò, dopo aver presa una gardenia da una fioraia, una bella fioraia, dalla fisonomia corretta e fredda, vestita di broccato nero, con due rose bianche nei capelli rialzati e due stelloni di brillanti alle orecchie. Ella, dopo aver sorriso al commendatore, fece il giro dei tavolini, arrivò a quello di Paolo Joanna:

‟La vuole, una rosa?” chiese ella con la sua voce tranquilla e armoniosa.

‟Dammela pure.”

‟A questo bel bambino gli darò dei gelsomini.”

E diresse al bimbo un affettuoso sorriso che agli uomini non dirigeva mai: il bimbo la contemplava, estatico, per quel volto purissimo, di un biancore delicato, per quella nobiltà dello sguardo. Paolo le dette una lira: ella la gittò graziosamente in fondo al paniere, senza guardarla, e si allontanò col suo passo lieve lieve. Riccardo stringeva il mazzolino dei gelsomini. Paolo Joanna pagava il conto al cameriere, una lira di sigari, settanta centesimi fra caffè e mancia.

‟Questa fioraia mi pare che somigli alla mamma,” mormorò il bambino, riattaccandosi alla mano del padre per andare al teatro Sannazaro.

‟No, no, Riccardo.”

‟Sì, quando ride, papà.”

‟No, la mamma era tutta un'altra cosa.”

‟Sì, è vero, era tutta un'altra cosa: ma quando rideva, papà... non rideva sempre la mamma. Perchè, papà?”