II.
LA GRANDE GIORNATA.
Nella sua lenta e chiaroveggente agonia, il padre gli aveva detto, con la rauca voce dei tisici:
‟Riccardo, mi vuoi bene?”
‟Papà, perchè mi dici queste cose?”
‟Se mi vuoi bene, niente giornalismo.”
Lo sguardo del morente era così lucido di sgomento e di pietà paterna, la intonazione era tanto tetra e supplichevole a un tempo, che il giovanetto balbettò: ‟.... Niente giornalismo.”
‟Niente, niente. Vedi come si muore?” soggiunse, con tutto il rammarico di una vita travagliata e inutile.
E se il funebre testamento di suo padre, consistente in quelle poche parole, non fosse bastato, sarebbe bastato, pel cuore di Riccardo, il ricordo dell'agonia paterna. Lo aveva visto ammalarsi di bronchite, presa uscendo dalla tipografia caldissima all'aria fredda della notte, e trascurare questa bronchite, tossicchiando, con improvvisi abbassamenti di voce, mangiando pasticche di gomma, bevendo qualche cucchiaino di codeina per calmare l'irritazione, ma non tralasciando, ogni giorno, di far l'articolo di fondo e il capocronaca, di compilare i dispacci e di correggere le bozze. La tosse parve finita: ricominciò, dopo una cena all'aria aperta, allo Scoglio di Frisio, dove la stampa festeggiava un commediografo trionfante. Qualche giorno, ogni tanto, quando il raffreddore si addensava sui bronchi, Paolo Joanna lavorava in casa, in una camera mobiliata a Taverna Penta, avvolto in uno scialle da donna che la padrona di casa gli aveva prestato: e il figliuolo, chiuso con lui in camera, guardava scrivere il giornalista infermo dalla faccia accesa e dalla fronte bagnata di un lieve sudore freddo: talvolta Paolo si fermava, pallidissimo, nauseato da quell'odore d'inchiostro fresco. Appena si sentiva meglio, Paolo Joanna esciva, andava in ufficio, con un vecchio fazzoletto di seta rossa avvolto al collo: fermandosi solo per tossire, sospendendo il lavoro solo in quel quarto d'ora in cui gli entrava la febbre, ricominciando appena calmato il turbamento dell'accesso. Poi aveva lavorato in casa, in letto, sopra una tavoletta posata sulle ginocchia, riprendendo fiato ogni momento, appoggiando al mucchio dei cuscini una faccia gialla e sudata. Venivano amici, colleghi, buttavano il mozzicone prima di entrare, ridevano un poco, parlavano di teatri e di politica, restavano poco tempo: qualcuno si chinava all'orecchio dell'ammalato, parlandogli affettuosamente, stringendogli misteriosamente la mano; egli accettava sempre, crollando il capo, ora sorridendo con una malinconia straziante, ora con le lagrime che gli gonfiavano gli occhi. Due volte era venuto il direttore, restando cinque minuti, guardando in aria, pronunciando qualche vaga parola di conforto, lasciando sul tavolino, una volta quaranta lire, un'altra volta trenta. Ritto ai piedi del letto, appoggiato ai ferri, taciturno, coi fieri e malinconici occhi abbassati, il giovanetto Riccardo vegliava suo padre. Due giorni prima di morire, Paolo Joanna aveva ancora scritto un capocronaca, con la mano tremante, respirando a ogni parola, col rantolo lugubre dei polmoni sforacchiati dalla tisi. Nel giorno della morte, aveva ancora preso della codeina, l'inganno eterno dei tisici: aveva sonnecchiato — risvegliandosi, con la mano faceva cenno, ripetutamente, perchè gli togliessero d'intorno qualcosa che lo infastidiva. Il figliuolo non intendeva e tastava gli oggetti, interrogando con lo sguardo il morente: poi intese, raccolse tutti i giornali, li tolse via. Subito il morente si placò. Morì un quarto d'ora dopo, senza soffrire, senza dire nulla, brancicando lieve lieve il lenzuolo: e una pace distese quei poveri tratti affaticati, la serenità augusta della morte nobilitò quel misero volto di lavoratore. Riccardo si mise a urlare di dolore: ma si vergognò dei vicini, tacque. Sopra un tavolino vi erano due lire e otto soldi, avanzo dell'ultima carta da cinque lire, cambiata al mattino: pietosamente la padrona di casa vestì il morto: non vi erano calze decenti da mettergli, Riccardo si cavò le sue che erano meno rattoppate. Il direttore dette centocinquanta lire per i funerali, i colleghi e i tipografi altre centoventi, per sottoscrizione, a piccole quote di cinque, di due lire, di cinquanta centesimi. Al seppellimento tutta la stampa intervenne, e qualcuno parlò dell'operaio umile e laborioso che era morto sul lavoro. Gli astanti pensavano, colpiti da neri presentimenti: e l'orfano guardò la terra discendere nella fossa, vestito di bigio, non avendo avuti i quattrini da pagarsi il lutto. Il direttore fu ancora più pietoso, per tre mesi dette cento lire il mese al giovanotto: dopo, gli procurò un posto di straordinario al ministero di agricoltura e commercio, in Roma. Tutti i giornali lodarono discretamente la bontà del direttore del Tempo.
Quietamente, nella solitudine di uno spirito privo di amore, nella natural fierezza di un grande dolore, Riccardo si acconciò facilmente alla umile sua carriera di impiegato. Quella morte che gli portava via l'unico essere amante, amato, aveva gettato il suo animo in un torpore: e il meccanico lavoro, dalle nove alle dodici, dalle due alle cinque, gli riempiva il gran vuoto del tempo che sentiva intorno a sè. Abitava presso il ministero, in Via della Panetteria, e pranzava anche lì vicino, al Gabbione, in Via del Lavatore. Guadagnava poco più di cento lire il mese: ma in quei primi tempi della capitale, a Roma, la vita materiale era molto facile. Povero, malinconico e superbo, Riccardo non entrava nei caffè, non andava nè al teatro, nè alle passeggiate pubbliche. Quella monotonia di esistenza, quel senso di completo isolamento, quell'austerità di vita e di sentimenti gli sembravano confacenti alla sventura che aveva sofferta. Con la inclinazione dei cuori giovani, egli esagerava volentieri il suo lutto. Del resto non avea idee, non avea progetti: e il naturale ingegno giovanile giaceva sonnolento, inerte, capace solo di quel metodico lavoro di ufficio. Aveva amici, in ufficio: ma non voleva mai discorrere del passato, con loro: