‟Abbiamo avuto delle disgrazie,” mormorava.

Tanto, che con quella sua aria aristocratica e indolente, con quel pallore romantico e interessante del volto, con quel silenzio in cui volentieri si rinchiudeva, vari credevano che appartenesse a una grande famiglia decaduta. Il giovanotto si assuefaceva sempre più alla vita di ufficio, vinto dall'abitudine, interessandosi ai pettegolezzi burocratici, odiando o amando il tal superiore, parlando male del ministro senza conoscerlo, avendolo visto entrare in carrozza una volta sola. In due anni cambiò casa una volta sola: andò più su, a Via in Arcione: cambiò trattoria, andò poco distante, al Trevi, frequentato da altri impiegati. Alla domenica, talvolta, si recavano in quattro o cinque a ispezionare i lavori di Via Venti Settembre. Ma non voleva che, lui presente, si parlasse mai di politica: si allontanava, come per una repulsione istintiva. Non comprava mai giornali, non ne leggeva mai: e una volta ripetette quello che un suo collega diceva, macchinalmente:

‟I giornali? Tutte bugie.”

Ma rimase male, come se avesse bestemmiato un nome caro. Un giorno, a Piazza Barberini, incontrò un Napoletano, un amico di suo padre, giornalista:

‟O caro, caro giovanotto,” e gli battea familiarmente sulla spalla, ‟come te la passi?”

‟Abbastanza bene, grazie.”

‟E dove lavori? In quale giornale?”

‟Faccio l'impiegato, all'Agricoltura.”

‟L'impiegato? Gesù! E che direbbe tuo padre, povero Paolo, se rivivesse? Suo figlio, un travet!”

‟Egli non voleva che facessi il giornalista.”