‟Son cose che si dicono, capirai, nella malattia. In fondo, è un bel mestiere, te lo assicuro. E tu non crepi a fare il travet? Non t'incretinisci?”

‟Papà non voleva che facessi il giornalista,” insistette il giovanotto, infantilmente.

‟Perchè è morto, poveretto. Se vivesse, ti lascerebbe fare.”

‟Forse....” mormorò Riccardo, ‟forse.... sono troppo bestia, per scrivere.”

‟Che! Ci vuole la vocazione, ecco tutto. Se ce l'hai, figlio mio, ti vincerà. Poi, ci è l'eredità: si porta nel sangue, te lo assicuro.”

Riccardo guardava il suo interlocutore, come trasognato: costui soggiunse qualche parola di affetto e si allontanò, ritenendo in cuor suo che il figliuolo del suo amico fosse uno stupido completo. Quella sera, alla trattoria, Riccardo fu nervoso. I suoi colleghi gli sembrarono lievemente imbecilli, con la loro eterna lagnanza sulle ore di ufficio, sulla composizione dell'organico: e per non udirli più, comprò un giornale. Un memore, acre odore gli salì al cervello e insieme uno sbuffo della vita infantile, uno sbuffo di poesia malinconica gli attraversò la memoria. Per un momento egli rivide tutto, in una visione confusa, e viva, e dolce, saloni di trattorie piene di ori e di velluti, macchine tipografiche in movimento, dietroscena di palcoscenici pieni di ombre amiche, monti di giornali che uscivano dalle mani delle piegatrici. Un minuto: poi, tutto disparve. Si portò il giornale a casa, e disteso nel letto, lo lesse religiosamente, da cima a fondo: e brani di frasi gli ritornavano in mente, intieri periodi, la lingua della sua infanzia e della sua adolescenza gli ritornava, gli ritornava, come in sogno. Siamo autorizzati a dichiarare.... sì, sì, era proprio così.... che la notizia era assolutamente infondata. E il capocronaca descrittivo: Sin dalle prime ore della mattina.... come continuava? Continuava così: le vie della città offrivano un insolito aspetto di animazione! Sì, era questo. Il ricordo di quelle frasi giornalistiche si manifestava tenuemente, come un motivo musicale, ancora velato, ancora indistinto: poi si precisava, la cadenza veniva naturalmente. Erano quelle le canzoni, le strane canzoni che avevano cullata la sua infanzia, eran quelle le armonie bizzarre che facevano vibrare gli echi del suo spirito: la musica del suo cuore era quella. La polizia è sulle tracce dei ladri; e ancora l'altra: così il libro della questura. Tutto, rammentava. E una infinita nostalgía lo struggeva.

Ma la fredda quiete mattinale calmò la piccoletta febbre, diradò i sogni e compose ragionevolmente lo spirito di Riccardo. Non gli rimase che uno strascico di malcontento, per cui fu taciturno all'ufficio: e come il giornale della sera innanzi diceva qualche insolenza a un giornale della mattina, egli comperò il giornale della mattina, per vedere la risposta. In breve prese l'abitudine di quella lettura mattinale e serotina: la sua stanzetta fu piena di giornali. Ma leggeva macchinalmente, approfondendo pochissimo la lettura, non interessandosi molto, come un lettore sonnolento. Il lavoro di ufficio, le conversazioni di luoghi comuni, quella vita stereotipata gli avevano assopito il cervello. Pure una vaga malinconia gli era restata, nel cuore, dopo il discorso fatto col giornalista. Quello gli aveva dato del cretino, apertamente: e alla malinconia un po' di rancore si univa. Che credevano, questi signori giornalisti, di essere una specie rara? Un articolo, su per giù, lo fa chiunque. E questo rancore, questo dispetto crescendogli nell'animo solitario, lo tormentava: una sera comprò della carta, e macchinalmente la tagliò in cartelle, come aveva veduto fare a suo padre: gli parve di sentirsi passare un soffio sul viso, si fermò, trasecolato, chiudendo gli occhi, vedendo apparire nella fantasia un volto cereo, con gli occhi socchiusi, le labbra violette. Lasciò tutto, spaventato, uscì di casa, perseguitato da un'idea, da un'ombra cara e dolente, da una voce rauca che gli diceva: se mi vuoi bene.... se mi vuoi bene.... Entrò nel Caffè Cavour, a Piazza Colonna, dove non andava mai. Si voleva sottrarre a quella persecuzione. Si unì a uno studente, due impiegati, un cronista di giornale che sedevano a un tavolino, discutendo di politica. Lo studente era collerico, gli impiegati erano flemmatici: il cronista crollava il capo, gravemente, contraddicendo tutti; Riccardo taceva. Poi il cronista parlò a lungo, sottovoce, nominando familiarmente il Minghetti e il Visconti-Venosta, riferendo un colloquio del Re col Sella — e aveva, nel suo dire, certe intonazioni, certe reticenze, certi ammiccamenti d'occhio, certi abbandoni di confidenza, certe riserve di persona discreta, sì che lo studente aveva finito per ascoltarlo attentamente, come convinto, e i tre impiegati erano meravigliati, quasi commossi a quelle confidenze. A un certo momento, Riccardo, per sottrarsi a quella malía, volle contraddire: ma superbamente il cronista gli rispose:

‟Nessuno può essere informato come me.”

E invincibilmente, la sera seguente, Riccardo ritornò alle sue cartelle bianche e con molto stento, fumando, alzandosi e passeggiando, ritornando a sedere, scrisse un articolo di politica estera, intitolato: La situazione, lungo, imbrogliato e molto enfatico. Erano le due del mattino quando ebbe finito, e tutti i suoi nervi vibravano, un lieve tremore gli agitava la mano sinistra. Si sentiva l'animo gonfio, di amore, di dolore, di pensieri, di parole, tutte cose che volevano sgorgare, che non sapeva a chi dire: si sentiva un tumulto profondo nel cuore e un grande vuoto intorno. Per farsi animo, lesse ad alta voce il suo articolo, declamando: alla fine, esaltato dalla sua voce, dalle sue parole, credendo alla verità di quello che avea scritto, pianse.

L'indomani corresse qualche frase, aggiunse delle virgole, copiò in pulito l'articolo, lo mise in una busta e lo indirizzò alla direzione del giornale politico del mattino che, sebbene ancora molto giovane, era già molto forte. Per otto giorni Riccardo aprì il giornale con un tremolío interno, sperando di veder pubblicato il suo articolo. Nulla fu pubblicato. Scrisse una letterina dignitosa, dando il suo indirizzo, richiedendo il suo manoscritto, che gli serviva. Niuno gli rispose, mai. Rifece la prova, due o tre altre volte, dopo settimane di esitazione, mandando degli articoli così intitolati: Dove andiamo?Il voto di ieri.Il fallimento della politica. Nessuno di essi fu pubblicato. Allora una sfiducia grande lo colse: e si sentì sprofondare in una miseria spirituale, donde niuno lo avrebbe mai tratto.