Ma mentre le ore della giornata gli si facevano sempre più tetre, le ore della sera erano un sollievo: si andava a ficcare nel Caffè Cavour, al caldo del gas divampante, fra il fumo dei sigari e l'odore pesante di zucchero che è in ogni caffè: ivi, nel solito crocchio di studenti, impiegati e giornalisti di second'ordine, avvenivano le grandi discussioni di politica e di letteratura. Gli studenti si riscaldavano, coi cappelli buttati indietro sulla fronte, le facce concitate, gli impiegati mettevano ogni tanto una nota scettica e i giornalisti avevano sempre la loro aria liturgica di sacerdoti che pontificano. Riccardo, nella prima ora taceva, obbedendo alla naturale selvatichezza del suo carattere: ma a poco a poco il calore dell'ambiente e l'andirivieni delle persone e certi odori di liquori, certi aromi di rosolii, e i discorsi gli davano un eccitamento nervoso. Per istinto di aristocrazia contraddiceva la opinione dei più, pur conoscendone, talvolta, la ragionevolezza: e per non consentire alla volgarità, il paradosso fioriva dalle sue labbra e scandalizzava i suoi ascoltatori. Sulle prime impacciato a discorrere, non trovando facile nè la frase, nè la parola, non vedendo ancora tutti i lati di una questione, non aveva la forza di sostenere il suo paradosso e si lasciava dare addosso dagli avversari, non sapendo che cosa ribattere. A casa, solo solo, continuando quello stato di esaltamento, egli difendeva brillantemente la sua idea, parlava ad alta voce, allo scuro, rivoltandosi nel letto, non potendo dormire. Spalancando gli occhi, nell'ombra, egli vedeva scritte le sue parole, a linee sottili e fitte: e gli sembravano belle ed efficaci, e se ne innamorava e sospirava penosamente, dopo, più tardi, pensando che tutto questo era inutile, che nulla mai avrebbe potuto fare di meglio che formulare pratiche e abbozzare decreti. Ma come le sedute serotine al caffè si prolungavano e il crocchio era già di sette od otto persone, Riccardo si fece più audace, sosteneva coraggiosamente le sue opinioni, per quanto bizzarre esse fossero, per quanto egli ne sentisse la bizzarria. Uno spirito di pugna nasceva nell'anima di quel povero impiegato, un'acre voluttà di combattimento lo teneva, e si faceva impetuoso, e mentre nelle ultime ore della serata egli diventava feroce, i suoi amici lo ascoltavano inerti, inebetiti dal fumo e dall'ambiente artificiale. Un impiegato delle poste, specialmente, era l'ammiratore più ingenuo di Riccardo, era quasi un compare, tanto aiutava Riccardo con la mimica della meraviglia e dell'ammirazione: alla notte lo accompagnava sino a casa, ascoltandolo ancora, col pomo della mazzettina appoggiato alle labbra, approvando col capo, approvando sempre:
‟Perchè non fai degli articoli? perchè non scrivi nei giornali?” gli domandava ingenuamente.
‟No, no,” mormorava Riccardo, ‟ho promesso....”
‟Che cosa?”
‟Niente, niente, non puoi capire....”
Invero la promessa non lo tratteneva più, le visioni paterne non arrivavano a diradare la sua febbre. Ora, nelle conversazioni serotine, dove egli parlava quasi sempre, ritenuto come un oracolo di stravaganza, il suo spirito si sviluppava dai pesanti ravvolgimenti che lo avevano tenuto inerte tanto tempo. Come a tutti gli ingegni fatti di fiamma, a lui non convenivano, per il naturale germoglio dell'intelligenza, i lunghi studi solitari nelle biblioteche, nel silenzio della stanza deserta: a lui si convenivano le discussioni infocate dei caffè e le arringhe notturne nelle strade brune di Roma, e la lettura rapida, quotidiana di molti giornali. Dal torpore una vampa d'ingegno guizzava; dal silenzio una voce concitata si levava, come lama scintillante esce dal velluto della guaina. Non dai libri gli veniva la scienza, nè dalle contemplazioni taciturne della vita, nè dalle cose e dagli uomini antichi; ma dalle concioni a gente mediocre che ascoltava, estatica, ma dall'urto quotidiano di una vita ardente e desolata, ma dalle cose e dagli uomini dell'oggi. Come Faust, egli disdegnava e l'alchimia e la medicina e la filosofia: ma il momento che fuggiva lo innamorava, e tendeva le braccia, quasi ad arrestarlo.
E il momento era strano. Un grande soffio d'impopolarità cominciava a circondare gli uomini di pensiero che avevano condotto sino allora le cose pubbliche; il paese si stancava di dover chiamare giusti tanti Aristidi; gli uomini volgari, arsi dalla sete del potere, si ostinavano sempre, si moltiplicavano, creavano interessi, si organizzavano con la potenza degli esseri mediocri. Quelli che pensavano, sentivano già la solitudine; ma alcuni si affidavano, alcuni contemplavano serenamente il sopravvegnente infortunio politico della loro parte; altri, già stanchi, lo desideravano, per riposo. I volgari facevano la voce grossa, nei caffè, nei circoli parlamentari, nelle piazze, nelle trattorie, e il combattimento si andava allargando. Riccardo era con quelli che scendevano, naturalmente, per delicatezza di spirito, per spontaneo sentimento di nobiltà: mentre i giovani, intorno a lui, eccitati dai desiderii di miglioramento, avendo amici, protettori, fra quelli che dovevano essere i vincitori, andavano facendo propaganda per gli uomini nuovi. Onde Riccardo era solo contro tutti quelli del suo crocchio; e spesso la discussione si esasperava.
‟Bada che se Tal de' Tali diventa ministro, ti destituisce subito,” gli dicevano canzonandolo.
‟Se diventa ministro, io mi dimetto,” diceva lui fieramente.
E con la freddezza di chi prende la mesata ai ventisette del mese, e quella sola cosa desidera e ama e possiede, qualche suo collega gli soggiungeva: