‟Ma perchè ti riscaldi? Che t'importano queste cose? Sei un deputato, forse, o un giornalista?”

‟È vero,” rispondeva lui, quietandosi subito.

Giacchè più i giorni passavano e più si facea profondo il dissidio fra la realtà e i suoi sogni. Tutte quelle cose che diceva, che pensava, tutte quelle esercitazioni brillanti della mente non servivano a nulla. Quando rientrava a casa, sentiva tutta la miseria della sua esistenza ripiombargli sulle spalle; la sua meschinità, la sua grettezza lo umiliavano. Che era lui? La mattina un umile impiegato ignoto: la sera un vano chiacchierone da caffè. Chi lo conosceva? Tre o quattro imbecilli, al mattino: sette od otto inebetiti, la sera. Il suo più caldo ammiratore era quell'impiegato della posta, una buona pecora umile e affettuosa, che gli diceva:

‟Tu dovresti esser ministro, Riccardo.”

Più il tempo passava e più si faceva cocente in Riccardo il sentimento della propria nullità. Divorato dal desiderio di elevarsi, il lavoro di ufficio gli pareva vile, lo faceva a stento, sempre di pessimo umore, sempre malcontento, sbagliando spesso, attirandosi delle lavate di testa che lo rendevano più tetro che mai. La compagnia della sera gli era diventata incresciosa, la sfuggiva, andava a passeggiare solo, per le strade di Roma, così piene di mistero e di solennità, crogiolandosi amaramente nella sua misantropia. L'onda dei ricordi lo assaliva con un urto fiero: e del passato egli non rammentava le dolorose mattinate senza denari, ma i pomeriggi allegri nell'approssimarsi del pranzo; non rivedeva le facce arcigne dei creditori, ma le belle facce dipinte e sorridenti delle attrici; e della vita raminga, senza tetto, senza letto, vissuta un giorno per l'altro, senza idea di avvenire, egli non sentiva, no, orrore: egli ne sentiva di nuovo l'irresistibile attrazione. E gli pareva che la malattia avesse reso suo padre profondamente ingiusto, facendogli fare quella rinunzia: e tutti i suoi nervi fremevano di desiderio, tutto il suo sangue dava un tuffo, alla speranza di ricominciare, giovanotto, quella esistenza spensierata, noncurante, senza coscienza del futuro, senza rimpianti di passato. A che era servito il lugubre scongiuro del padre? Il vecchio sangue giornalistico, rinnovato e giovane, bolliva: nel temperamento sensibile del giovanotto erano impressi, incancellabili tutti gli usi quotidiani della vita giornalistica, le ore di tipografia, le corse precipitose da una conferenza a un funerale, gli articoli scritti di notte, coi compositori che vengono a strappare le cartelle ancora fresche d'inchiostro, le esaltazioni artifiziose dei grandi avvenimenti — e buttato sul suo lettuccio egli piangeva, sì, piangeva di dolore e di collera, non potendo rivivere quella vita.

Ma dove convergevano i suoi desiderii e le sue invidie nascoste, era a un giornale del pomeriggio, il giornale bello e spiritoso e forte dove scrivevano i migliori scrittori d'Italia. Molto era il valore di questo giornale e molta era la sua fortuna: ma fra il pubblico la leggenda ingrandiva e valore e fortuna, talchè si parlava di migliaia, migliaia e migliaia di copie vendute, e si accennavano cifre assai rispettabili come compenso ai collaboratori. E si almanaccava sugli pseudonimi e si assegnavano nomi di ministri come autori di certi articoli: e del mordente spirito del giornale molto si rideva, da quelli che non ne eran colpiti, e i colpiti fingevano di divertirsene, ma assai se ne dolevano segretamente. Vi era stato qualche duello fortunato, e il giornale n'aveva avuto maggior decoro: talchè, per la sua elevatezza e per la sua fortuna, anche gli avversari lo rispettavano. Riccardo era innamorato di quel giornale, e quasi lo imparava a memoria ogni sera: e gli sembrava una costruzione alta, solida, fortissima, inaccessibile. Nei suoi deliri di ambizione giornalistica, collaborarvi sarebbe stato per lui la felicità suprema. Ne parlava con emozione, sottovoce, come di una persona adorata: e quanto vi si scriveva, gli sembrava giusto, onesto e grande. Talvolta, nelle due ore di libertà, dopo il mezzogiorno, andava a passeggiare in Piazza di Montecitorio, sogguardando la porticina miracolosa: e tutti quelli che vi accedevano, gli sembravano persone privilegiate, felici. Due volte aveva avuto il coraggio di salire anche lui, a chiedere dei numeri arretrati, ed era restato in anticamera, commosso, fra quegli armadi a caselle, accanto al tavolone coperto di fasce, non osando guardare attraverso i cristalli ovali delle porte imbottite di lana verde: se ne era andato via, malinconico come un esiliato. A furia di passeggiare in Piazza di Montecitorio, aveva imparato a riconoscere il direttore, un piccoletto, dalla barba bionda e dagli occhiali d'oro: accanto a lui andava spesso un ometto rotondo, dal mustacchio nero e dagli occhi vivissimi — ma costui Riccardo non sapea bene chi fosse, un redattore sicuramente. Egli li guardava con una certa tenerezza, pensando che in quel momento essi forse architettavano uno di quei brevi ma eleganti edifizietti di prosa, dove era così leggiadra la disinvoltura e così simpatica la fierezza di chi sa.

‟Se cade il suo partito, vedrai che calo fa il giornale....” gli diceva un rabbioso studente che voleva gli uomini nuovi.

‟Non può morire: è immortale come tutte le cose fatte di pensiero,” rispondea superbamente Riccardo.

Ma in cuore suo un rancore col giornale suo prediletto ce lo aveva. Tre volte gli aveva mandato degli articoli: mai nulla era comparso. Eppure gli sembrava che fossero il fior fiore della sua intelligenza, il primo e puro germoglio, quella primizia innocente e forte che va a morire quasi sempre ignota in un cestino di carte stracciate. Ma come si comincia, dunque? Ma che avevano fatto per sbucare, quelli che erano lì, felici, parlando, ogni mattina, a centomila lettori? E una voglia pazza gli veniva, di sera, incontrandone uno per la strada, di chiedergli il segreto di quel grande primo passo.

— Non riescirò mai, — diceva fra sè disperato.