Ne ammalò. Ebbe una febbre biliosa che degenerò in febbre di malaria: e nelle ore di intervallo fra una febbre e l'altra, lo teneva lo stordimento del chinino preso. Sperava assai di morire. Non lesse giornali per un mese e mezzo, volendo dimenticare. Ma in un'ora di debolezza, egli ne aperse uno, il solito, quello che amava. Leggeva, senza intendere, infiacchito dalla infermità e dalla esorbitante vita interiore. L'avviso con cui la direzione cercava un correttore lo fece trasalire. Poi si vergognò di sè stesso: certo la debolezza lo rendeva vigliacco, ora, gli consigliava una umiliazione troppo grande! Cercò di distrarsi, di non pensarvi: ma invano. E l'anima gli suggeriva transazioni: nessun lavoro era indecoroso, nessuna opera umile era da disprezzarsi. Che cosa era lui per tenersi così alto? un misero impiegato, alla fine, e il lavoro del ministero, poco diverso, era dunque anche una vigliaccheria? Invano, invano, il poveretto cercava di difendersi dalla tentazione, era inerme, era debole, era indifeso — e la tentazione nelle ore di convalescenza si faceva più viva, il desiderio di viver là, in un ufficio di giornale, si faceva sempre più pungente, sempre più forte: e gli pareva già di essere lì, fra quell'odore di polvere stantía, fra i fasci della carta bianca, innanzi a quei calamai profondi e melmosi, tenendo una di quelle penne grosse e corte, tutte morsicchiate alla cima dalla nervosità del redattore avido di idee, scrivendo su quelle cartelle bianche, empiendo di segni cabalistici quelle cartelle giallognole e molli che sono le bozze di stampa — gli pareva di esser già lì, nell'ingranaggio, rotellina minuscola della macchina possente, granello di polvere travolto in quel turbine quotidiano, lieto di quel travolgimento, felice nella sua umiltà — e tendeva le braccia, come un bimbo alla madre, invocando.
‟O papà, o papà, come posso fare?” gridava, come un fanciullo ammalato.
Ma un'ultima vergogna lo colse, in Piazza Montecitorio, quando andava a offrirsi. Una fiamma colorì il suo volto bianco e bello di convalescente: ed esitante, si mise per la Via degli Uffici del Vicario, voltò per la Maddalena, uscì al Pantheon, camminando meccanicamente, fremendo all'idea di esser preso per un mendicante. Fu più forte di tutto la passione, e Riccardo ritornò per Piazza Capranica, deciso, affrettando il passo, volendo abbreviare quella prova. Era di domenica: per le scale dell'ufficio, tre o quattro persone scendevano, discutendo e ridendo: egli chinò il capo, salì presto:
‟Vorrei parlare al redattore capo.”
‟È occupato: abbia la bontà di aspettare,” disse l'usciere con una certa cortesia importante.
Mentre Riccardo passeggiava su e giù, non volendo sedersi, non volendo aver l'aria del mendico che aspetta pazientemente l'elemosina, un andirivieni continuo agitava quell'anticamera. Signori affaccendati entravano, penetravano in redazione senza farsi annunziare, stavano un momento, uscivano di nuovo, distratti, assorbiti; giovanetti tipografi in blusa azzurra macchiata d'inchiostro, col berretto di carta, entravano precipitosamente, partivano correndo; il portalettere delle raccomandate era in conferenza coll'amministratore, dritto innanzi al suo tavolino, con la sacca di pelle nera aperta, donde estraeva i plichi. Nessuno badava a Riccardo che passeggiava, aspettando: egli si sentiva in mezzo a un largo mondo di operosi indifferenti, in mezzo a un organismo forte, ma concentrato in quei tali elementi. Due volte si avvicinò alla porta, per andarsene, ma l'usciere manco si voltò. Lui rimase, pazientando: ma questo redattore capo, chiuso nel segreto della sua stanza, presso cui tanta gente entrava, quest'uomo che ogni minuto faceva squillare il campanello elettrico, breve, come un comando imperioso, assunse nella immaginazione di Riccardo proporzioni fantastiche. Non era egli dunque un sacerdote orante in fondo a una cappella? Non era dunque un signore possente e misterioso, di cui si sapeva il nome, ma che i pochi, i privilegiati soltanto arrivavano a vedere?
‟Passi,” disse l'usciere, ritornando.
Riccardo attraversò un salotto dove non ci era nessuno, una stanza dove due uomini scrivevano, ma che non alzarono neppure il capo. Questo redattore capo sedeva in fondo alla terza stanza, dietro uno scrittoio che pareva una fortificazione di legno e di carta: ed era un bell'uomo alto e robusto, dal mustacchio brizzolato, dagli occhi dolci e arguti. Scrisse qualche cosa sopra un pezzetto di carta, chiamò l'usciere, glielo consegnò, poi alzò il capo e disse a Riccardo:
‟Lei cosa vuole?”
L'intonazione era mite, ma di uomo distratto.