‟Sissignore; potrei anche venire da mezzogiorno alle due.”

‟Non servirebbe. A rivederci, signore.”

‟Debbo ritornare?”

‟Ritorni.... mercoledì, sì, mercoledì.”

E chinato il capo si rimise a scrivere. Riccardo se ne andò, col sangue alla testa, senza neppure chiedere che onorario vi sarebbe stato. Era precipitato giù, al fondo di tutte le sue speranze. Sperava, aveva sperato che questo redattore s'interessasse a lui, che lo interrogasse, che lui, infine, potesse confessare il suo desiderio di scrittore assolutamente inedito: sperava che sentendolo figliuolo di giornalista gli avesse chiesto di suo padre, largamente: aveva l'aria così bonaria, quel signore, che Riccardo gli avrebbe buttato le braccia al collo alla più piccola parola affettuosa. Ma come tutte le persone molto occupate, quel signore gli aveva detto cortesemente quello che era necessario, e niente altro. Ma Riccardo era fuori della realtà: quel ricevimento così semplice gli pareva una crudele delusione. Decise di non ritornare, nè il mercoledì, nè mai: si pentì di esser salito lassù, dove nessuno si curava di lui, dove di lui nessuno voleva sapere: e giurò e sacramentò di non leggere mai più il giornale, di non leggere mai più nessun giornale, di non parlare mai più nè di arte, nè di politica. Ma il mercoledì era ancora in Piazza di Montecitorio, desiderando quello che aveva disprezzato tre giorni prima, ritraendo una quantità di pronostici dalle cose. — Se incontro un cavallo bianco, buon segno — ma non ne incontrò. — Se vedo un gobbo, buon segno — e ne incontrò uno, verso gli Orfanelli, un gobbo vero, gobbo davanti e di dietro. Pure esitò ancora, prima di salire, prese un wermouth al caffè, per rianimarsi. Oh avrebbe parlato, oggi, a questo redattore capo, lo avrebbe forzato ad ascoltarlo, con l'eloquenza del dolore, gli avrebbe detto, gli avrebbe raccontato tutto!

Trepidante, salì su: e dette il suo biglietto da visita all'usciere, perchè lo portasse di là, al redattore capo.

‟Lei è il signor Joanna?” chiese l'usciere, un Toscano.

‟Sissignore.”

‟Ho una lettera per lei.”

E la trasse di sotto un mucchio di fasce. Riccardo la tenne in mano un momento, senza leggerla; e gli pesava fra le dita, come piombo. La lesse con uno sguardo solo: era accettato per correttore, poteva cominciare il suo lavoro dall'indomani. Confusamente egli salutò e andò via, pieno di dolcezza e pieno di amarezza. Ecco, ora si sentiva depresso, abbattuto, dopo i grandi eccitamenti febbrili dei giorni decorsi: e una stanchezza mortale gli spezzava le gambe. Tornò al ministero, salì dal capo divisione, per pregarlo di modificargli l'orario, preferiva andare in ufficio dall'una alle quattro: