‟Ti avvertirò,” mormorava Riccardo, internamente disperato.

A casa, nauseato di sè, degli amici, della vita, dormì profondamente del sonno delle anime intorbidate. L'indomani, alle quattro, nervoso, non sapendo quello che avrebbe fatto, era all'ufficio del Baiardo: e l'usciere lo introdusse in un camerottino, dove ci era il posto soltanto per un tavolino, una sedia. Sulla parete un calendario con una grossa Italia gialla e rossa, era appeso, e sul legno del tavolino l'altro correttore, o un redattore, aveva disegnato dei profili femminili, un biglietto da mille lire, aveva scritto qualche frase, qualche freddura. Il redattore capo entrò, salutò:

‟Ora le portano le bozze. Molti a capo, mi raccomando.”

Niente altro. Riccardo entrava nel giornalismo per la scala di servizio, come un muratore che venga a portare della calcina, come uno spazzacamino che venga a pulire la cappa del camino dalle fuliggini. Perchè non prendeva il cappello e andava via, se aveva un acino di dignità? Ma un piccolo di stamperia entrò, gli posò innanzi un fascio di bozze tutte molli e scappò via. Quando la sua penna si posò sulla carta e corresse il primo errore tipografico, una lettera capovolta, egli si sentì vincolato per sempre: la sua dedizione era completa. L'opera sua procedeva lenta lenta, ancora un po' inesperta, egli cercava di ricordarsi del tempo quando aiutava suo padre alla correzione delle bozze: come l'ora passava, altre bozze giungevano, egli vedeva con un certo spavento accumularsi il lavoro, si confondeva, solo solo, nel crepuscolo triste di fuori, tristissimo nella penombra del camerottino. Si sbrigò alla meglio, trascurando varie correzioni: gli portarono le due prime pagine, già pronte alle cinque, tutte umide. Quella correzione delle pagine non l'aveva mai fatta, restò confuso, non sapendo dove mettere i segni: per fortuna vi erano pochi errori, li trasportò alla meglio, in cima o in fondo alla pagina. Durante il suo lavoro non aveva visto nessuno, chiuso nel suo gabbiotto, preso dallo stento della sua inesperienza.

‟Viene in tipografia a correggere la terza pagina?” chiese il piccolo.

‟Vengo.”

Era lì presso, in Piazza Montecitorio. Il redattore capo, in uno stanzino, compilava un telegramma: un vecchio magro, una figura melanconica e romantica e simpatica da don Chisciotte, scriveva le informazioni dall'altra parte del tavolino. Non ci era posto per Riccardo: il proto gli accennò un leggío di legno, un seggiolone alto. Ivi, sotto la vampa del gas, Riccardo corresse la terza pagina. Non vi era altro da fare: se ne andò, senza salutare, insalutato, mentre redattori, proto, tipografi, macchinisti erano assorbiti da quel calore dell'ultima mezz'ora. Erano le sette: al Trevi non vi era più nessuno, le vivande erano scarse, gli impiegati che pranzano alle cinque e mezzo avevano consumato quasi tutto, Riccardo mangiò di pessimo umore. Al caffè, il Brandi, l'impiegato postale, gli chiese subito:

‟Ebbene, vi è nulla di tuo nel Baiardo?”

‟No, non ancora.”

‟Non farmi segreti,” ribattè l'altro, con la sua aria di volpe fina, ‟io me ne accorgo, sai, ti conosco allo stile: tutto possono insegnarmi salvo quel che pensa e quel che dice Riccardo Joanna!”