Un altro gli chiese:
‟È vero che il ministro degli esteri avrà un voto di sfiducia al suo bilancio?”
‟Io non lo so,” rispose Riccardo, seccato assai.
‟Non vuoi dirlo. Tutti così, voialtri giornalisti!”
Il suo cómpito di correttore continuò, quotidiano, in quel camerottino solitario, sotto gli occhi rotondi e spiritati della grossa Italia del calendario, senza incidenti, senza che mai nessuno venisse a visitarlo, senza che egli conoscesse neppur uno della redazione. Ogni tanto il redattore capo, il bell'uomo a cui era mancato il pubblico, perchè diventasse un Girardin, tanti erano i giornali che aveva fondati e di cui si era felicemente disfatto, entrava nel camerotto e raccomandava certe correzioni a Riccardo, gli a capo, massimamente: il lettore si stanca della prosa unita, fitta — e usciva via subito, chiamato dal lavoro. Di là, Riccardo udiva spesso un grande andirivieni, talvolta arrivavano a lui discorsi e risate, discorsi dove l'accento toscano vivacissimo superava qualche pronuncia napoletana o lombarda: ma non ardiva andare di là senza essere chiamato, non vedeva mai i redattori. Il Baiardo continuava ad essere per lui un tempio misterioso, dove si pontificava, recitando le spiritose litanie della politica e dell'arte, da sacerdoti sconosciuti. Al caffè, la sera, gli domandavano:
‟Joanna, dicci dunque chi è Molosso?”
‟Non so.”
‟E Stellino, lo sai: chi è Stellino?”
‟Neppur quello.”
Gli amici restavano scontenti: si seccavano che egli volesse mantenere il segreto, quando la loro più viva curiosità erano appunto quelli pseudonimi, quando le loro più ostinate liti erano per saper chi fosse Neera, un uomo o una donna, per assodare se De Amicis era proprio Furio.