‟E tu, come firmi?”

‟Non ho deciso ancora.”

‟Va là, che non vuoi dirlo!”

Questi tormenti serotini gli facevano odiare il caffè e la gente e tutti: trovava che la punizione della sua bugia era troppo grande. Non sapeva prendere un'aria disinvolta, non voleva inventarne altre delle bugie, anche la prima era stata involontaria. E temeva forte che si scoprisse, che i colleghi del ministero, del caffè appurassero che egli era un misero correttore, un povero muratorello della stampa che metteva un po' di calcina nei buchi del bell'edifizio. Quelle sue risposte troppo evasive, quella sua ignoranza avrebbero dato nell'occhio, certamente: e saputa la verità, quante beffe, che ironie, che umiliazione! Trascinato da un falso amor proprio, una sera, al caffè, disse:

‟Leggete l'articolo di fondo: è del direttore, è molto bello.”

‟Firma Baiardo?”

‟Sì.”

‟Come va questo? Se il direttore è in Lombardia, nella villa del nostro direttore generale,” disse un impiegato alla guerra.

‟Sarà ritornato,” mormorò, arrossendo, Joanna.

Non tentò più. Si lasciò andare, per una settimana, al lavoro di correzione, meccanicamente. E quel lavoro, ora se ne accorgeva, lo aveva privato del suo grande piacere quotidiano, serotino: la lettura del Baiardo. Prima, nel tempo della indipendenza, quando ancora non aveva sporto i polsi volontariamente alle catene, la prosa di Fantasio, ora argutamente scettica, ora malinconicamente sarcastica, sempre piacente, sempre originale, gli procurava un delicato piacere spirituale: la prosa di Scapoli aveva una eleganza muschiata, un profumo di salotto, una piacevolezza serena che lo trasportava in un ambiente aristocratico: la prosa di Neera aveva il calore e l'attrazione della simpatia. Quella lettura di giornale, alla sera, prima, era per lui una soddisfazione raffinata dello spirito: a cui si aggiungeva il bel piacere della sorpresa, quello schiudere il giornale, ignorandone ancora il contenuto e ogni sera avere l'impressione gradita.