Ma ora, ogni giorno egli rimetteva a posto le lettere capovolte nell'articolo di Fantasio, metteva in corsivo qualche vocabolo francese adoperato da Scapoli, e aggiungeva gli a capo alla prosa della scrittrice lombarda. Questo riattamento macchinale, questo lavorío minuto, fatto sulla parola, gli faceva sfuggire il senso di quello che leggeva: e il tratto spiritoso, dove una lettera maiuscola era minuscola, lo lasciava freddo; i versi dove mancavano le virgole, non gli facevano apprezzare la dolcezza della poesia; il periodo dove il tipografo aveva dimenticato le interlinee, ronzava nella sua testa, senza che egli ne intendesse il significato. Cercava di rilegger posatamente, dopo fatta la correzione; ma quella pioggia di segnetti neri lo irritava, e buttava giù le pagine, annoiato. Nella serata tentava di leggere il giornale, come un lettore qualunque, ma ciò non gli dava più nessun piacere, mancava qualunque sorpresa, egli sapeva tutto, chiudendo gli occhi rivedeva la misura dell'articolo e il titolo e la firma, rivedeva tutti quei geroglifici delle correzioni, gli angoli acuti, i triangoli, le sbarrette, gli ovali: le sue delizie intellettuali andavano sparendo ogni giorno. Come il tempo passava, gli nasceva nell'animo irrequieto e sensibile, vivacissimo alle nuove impressioni, un disgusto di quella prosa politica e letteraria: il vederla scorretta, nella confusione tipografica delle prime bozze, infiorata di strafalcioni, qua e là macchiettata di errori di grammatica commessi dai compositori distratti, spesso sconvolta, coi periodi trasportati, nel disordine mattinale di una bella signora troppo mondana a cui è necessario un po' di cosmetico, toglieva a Riccardo tutta la poesia della bellezza letteraria. Una delusione grande, uno scetticismo nuovo andavan crescendo in lui: come in coloro che sono destinati dalla loro professione a essere in contatto con la nuda forma delle cose umane, non per anche adorna ed accarezzata dall'arte ancora grezza, ancora rudimentale. Riccardo era come il medico che non crede più alla coscienza, come il sarto che non crede alla bellezza delle forme, come il parrucchiere che disprezza le folte capigliature naturali da cui si può trarre poco partito. Quando sentiva lodare quel tale articolo per la sua giustezza, per la sua semplicità, per la sua lindura di forma, egli alzava le spalle, infastidito, pensando quanto gli era parsa brutta quella prosa, nella sconclusione delle bozze, tutta piena di refusi, talvolta comicissima per il senso cangiato dagli errori.
Così il Baiardo perdette un lettore amoroso. Due o tre mesi di correzioni avevano fatto nascere in Riccardo quella strana ma fatale infermità dei giornalisti, la repulsione dal proprio giornale, repulsione istintiva, invano combattuta, talvolta gelosamente nascosta, spesso scetticamente confessata. Nessun direttore di giornale è capace di rileggere attentamente tutto il proprio giornale, e i pochi che ne leggono una parte, lo fanno distrattamente, senza vedere bene quello che vi è: l'occhio giornalistico così fine nel trovare in sedici colonne di un altro giornale, il periodo, la frase, la parola che lo interessano, s'appanna, s'intorbida leggendo il proprio giornale. Il povero correttore soffriva di questo innocente ma non innocuo morbo, come se anche lui scrivesse, come se anche lui fosse nauseato di rileggere la propria prosa.
‟Che vi è stasera, nel Baiardo?” domandava il Brandi con molto interesse.
‟Le cose solite, credo,” scappò detto, una volta, a Riccardo, annoiato e impazientito.
Ma uno dei maggiori suoi crucci, il segreto rancore che aveva contro i redattori del Baiardo, era la loro invisibilità. Nessuno veniva mai da lui: e pochissime erano le occasioni di andare nelle altre stanze. Una sera, in tipografia, vide un signore alto e biondo, dalla chioma militarmente tagliata a spazzola, dagli occhi chiari, che parlava col redattore capo, sviluppando un po' il torace, avanzando un po' la gamba destra: del resto parco di gesti, signorile, freddo. Chiese il nome al proto: costui era nuovo, non seppe dirgli nulla: ma il piccolo che gli portò la terza pagina da correggere, lo sapeva:
‟Quello è il signor Scapoli,” disse andandosene.
Un'altra volta fu peggio. Al caffè un gruppo di ufficiali attorniava un maggiore, un miope dagli occhi vivacissimi, ancora giovane. Distrattamente Riccardo chiese al suo vicino, un reporter di giornale democratico, chi fosse quel maggiore.
‟Come? Non lo conosci? Ma se è tuo collega, uno scrittore del Baiardo, dicono che firmi Fucile.”
Queste cose assai lo mortificavano. Trovava i redattori troppo altieri, troppo aristocratici, che non si degnavano di farsi vedere, quasi mai, che capitavano un momento in direzione, poi andavano via subito, chiamati al Parlamento, alle Commissioni, agli affari, gente che faceva il giornalismo per svago, per diletto, per una soddisfazione dello spirito, ma da signori, inafferrabili, inaccessibili. Si rammentava di dieci o dodici anni prima, del giornalismo che faceva suo padre, passando dieci ore al giorno in ufficio, sempre a lavorare, sempre con la porta aperta, dovendo dar retta a tutti, contentare tutti, a rischio, in caso contrario, di far perdere la popolarità al giornale, temendo sempre di scontentare l'abbonato, facendo di tutto per attrarre il lettore: giornalismo umile, pedestre, fatto da lavoratori oscuri, che non firmavano i loro articoli e che combattevano quotidianamente col pezzo di dieci franchi. La differenza era grandissima, il passo fatto in dieci anni era enorme: e quando pensava a questo nucleo di scrittori felici, dove i toscani portavano l'arguzia e i napoletani il fuoco, padroni delle loro idee e del pubblico, paradossastici, indipendenti, compensati lautamente, una pietà profonda gli veniva per quel povero morto, strappato dall'articolo e buttato nella fossa. Un coupé, talvolta, saliva al trotto per Piazza Montecitorio, si fermava innanzi alla porticina magica: era un uomo politico che veniva a portare una notizia, o una signora che gentilmente faceva da reporter, o era un redattore, forse, un redattore che possedeva vettura. Riccardo abbassava la testa sulle bozze: ma la sua anima era sconvolta. Penetrato nel cuore del Baiardo, nella sua intima manifattura, egli era sempre escluso dalla sua vita: il giornale lo aveva assorbito ed egli vi perdeva ogni giorno la sua personalità, ignorato, strumento volgare e non necessario. Ogni tanto, vi era un barlume: quando al Tordinona o al Valle vi era un'opera nuova, prosa o musica, faceva le riviste teatrali un meridionale, un Napoletano, dal grosso naso piovente sui baffi, miope, geniale. Queste riviste bizzarre erano a base di freddure, tempestate di freddure, in versi, in prosa, in italiano e in latino, talvolta comicissime: e siccome lo scherzo spesso dipendeva dalla spezzatura di una parola, da un nome in carattere corsivo, da una ortografia bislacca, così il redattore, ogni volta, veniva a correggere personalmente le sue bozze, sedendosi accanto a Riccardo, scambiando con lui qualche parola. Quello scrittore non era mica molto allegro, come del resto non è nessuno scrittore di cose allegre: ma era simpatico, parlava col largo accento napoletano, e quelle poche frasi rincoravano Riccardo, lo riempivano di tenerezza:
‟Siete napoletano, voi?” gli chiese un giorno.